Papa Leone XIV a Lampedusa sabato 4 luglio: “Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee”

Il primo papa a varcare la soglia di un cimitero di migranti e ad attraversare la Porta d’Europa, soglia della salvezza raggiunta dopo i viaggi della speranza sulle rotte del Mediterraneo.
Sono le due istantanee della visita di Leone XIV a Lampedusa, sabato 4 luglio, su un’isola dove più che le parole contano i gesti, come ha detto – e dimostrato – lo stesso Pontefice prima della messa conclusiva.
Al cimitero, prima tappa di una mattinata intensa, Leone si è inginocchiato per deporre una corona di fiori bianchi e gialli e poi raccogliersi in preghiera dove, insieme alle tombe dei lampedusani, sono croci e lapidi senza nome di chi è stato inghiottito dal mare.
La seconda tappa è stata un fuori programma: il Papa ha varcato la Porta d’Europa e ha percorso a piedi un tratto di costa rocciosa, inerpicandosi fino a guardare il mare e l’orizzonte. Con il gesto compiuto nel punto più a sud dell’intera Europa, il Papa ha ripercorso non solo idealmente il percorso di chi non ce l’ha fatta a salvarsi in mare.
“Il Vangelo risuona dove i popoli si incontrano, le persone si accolgono, le loro vicende si intrecciano, le diverse culture si pongono in dialogo. Diventa muto, invece, dove ognuno fa di sé stesso un’isola, dove il contatto è evitato, lo scambio è interrotto”, l’inizio dell’omelia della messa conclusiva.
“Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti”, ha osservato il Papa attualizzando la parabola del Buon Samaritano. “Sono venuto a ringraziarvi per la prossimità che molti fra voi hanno scelto di esercitare”, il tributo ai lampedusani.

“I morti in questo mare sono vittime sia di decisioni prese, sia di decisioni mancate, – la denuncia dal sapore politico – Il disinteresse per il bene comune e la corruzione nei luoghi di provenienza, un sistema economico mondiale che genera povertà ed esclusione, la paura che alimenta pregiudizi e disprezzo, l’idea che tali problemi non ci riguardano, i calcoli criminali di chi lucra sul dramma altrui, il lento e difficile passaggio da una mera gestione delle emergenze all’elaborazione di politiche organiche e condivise”.
Sono queste, per il Papa, le occasioni del “passare oltre” il dramma dei migranti. “Fermarsi, commuoversi, abbassarsi, piangere davanti al dolore altrui”, i verbi della compassione. “In ogni tempo non manca chi ha paura di contaminarsi nel contatto con gli altri – il grido d’allarme di Leone XIV – è tempo di riconoscere e affermare che l’appartenenza religiosa non deve mai diventare motivo di discriminazione”, perché “agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi”.
Chi si lascia portare in questa dinamica “inizia a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente”, ha garantito il Papa: “Allora può sorgere davvero la civiltà dell’amore”.
“Da questo estremo lembo d’Europa nel Mare Mediterraneo, si vede meglio la chiamata epocale che il fenomeno migratorio rivolge alle società europee”, l’appello al nostro Continente e al suo “potenziale unico”, a cui corrisponde “pari responsabilità”: “Per la sua posizione geografica e per il suo assetto istituzionale, l’Europa è in grado di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare.
Tutto questo vigilando sul rispetto della dignità di ogni persona. È un compito delle istituzioni pubbliche ma anche di tutta la società civile e della Chiesa”.
(M.Michela Nicolais – SIR)



