Non pensi secondo Dio

Domenica 30 agosto – XXII del Tempo Ordinario
(Ger 20, 7-9    Rm 12, 1-2  Mt 16, 21-27)

Navata centrale, scene della passione 1594/1596, “L’arresto di Gesù con Simon Pietro che taglia l’orecchio al servitore” di Paris Nogari

Lo scandalo di Dio passibile della sofferenza non risparmia nessuno, nemmeno Pietro che ha appena proclamato, con l’assistenza divina, la signoria di Gesù Cristo. Nella vita di ogni uomo arriva sempre quel momento particolare che mette a dura prova la sua fede in Dio, l’Onnipotente. La stessa santa Famiglia ha sperimentato quella apparente debolezza di Dio, incapace di difendersi da solo.
Ne è la prova la Sua stessa nascita da Maria, che rimase incinta per opera dello Spirito Santo creando una situazione imbarazzante per la coppia, soprattutto a Giuseppe in pena, alla ricerca di come risolvere la situazione e viene aiutato dall’angelo. Anche quando Gesù era ancora bambino ed Erode non sapendo esattamente dove era il Figlio di Dio appena nato, ordinò di uccidere tutti neonati e Giuseppe e Maria hanno dovuto fare un lungo viaggio con tutte le peripezie che comportava in quell’epoca, per salvare la vita al bambino.
Tutte situazioni nelle quali il Figlio di Dio sembra impotente, minacciato dall’uomo, ma si consegna totalmente nelle sue mani. Questo non è amore, non è affidare la propria vulnerabilità all’altro che dovrebbe prendersene cura?
Nel vangelo odierno, Pietro non poteva credere alle parole di Gesù che dice della sofferenza e della morte che l’aspettano. Pietro è scandalizzato, da tali rivelazioni, mentre Gesù rimane scandalizzato da Pietro “tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini” (Mt16, 23).
Il linguaggio dell’amore per gli umani non comprende la sofferenza, scarta ogni forma di sacrificio, e non ammette la croce. Invece quello che Gesù cerca di insegnare ai discepoli è proprio questo, l’amore quando è autentico deve affrontare l’odio di coloro che non capiscono il Suo linguaggio, perché non condanna, non cerca vendetta, ma soprattutto lascia l’altro libero perché vuole valorizzarlo. Il vero amante non cerca altro che il bene dell’amato, che egli venga alla luce anche se ciò vuole dire che lui, l’amante, debba scomparire. Io devo diminuire e Lui deve crescere disse Giovanni il Battista, il più grande nato da donna (Gv3, 30).
Il Figlio di Dio è venuto per rivelare l’amore del Padre agli uomini, ma deve soffrire molto da parte degli uomini che non conoscono il linguaggio dell’amore.
La società odierna ne è la prova. Il sacramento che unisce due persone nell’amore è ormai percepito come un’invenzione della Chiesa per incatenare le persone, e quelli che lo accolgono lo vivono spesso come un contratto, un vero scambio dove se l’altro non mi dà niente non riceve niente. La stessa vita sociale è basata sull’utile. Se dobbiamo fare un’opera buona bisogna che non comporti nessuna difficoltà, o impegni gravosi, altrimenti viene scartata subito.
L’invito di Cristo a prendere la propria croce rinnegando sé stesso è proprio quello di rimettere il prossimo al centro dell’attenzione, accettando le umiliazioni o le difficoltà che tale scelta comporta. Questa è la condizione per essere il Suo discepolo e non essere di scandalo per Dio.