In Italia un sistema fiscale ingiusto che nessuno vuole riformare

La discussione sulla Legge di Bilancio squarcia il velo sulle iniquità di un sistema fiscale regressivo. Le modifiche all’Irpef proposte da Meloni non correggono una distribuzione del carico fiscale che sorride ai ricchi. Mentre l’ipotesi di una imposta patrimoniale trova i partiti quasi unanimemente contrari

Chi deve pagare le imposte in Italia? La domanda interroga un po’ tutti, in questa stagione in cui l’iter di approvazione della legge di Bilancio riaccende il dibattito sulla distribuzione del carico fiscale. La risposta fornita dalla Costituzione appare semplice: il dovere di contribuire alle spese pubbliche spetta a chiunque: “Tutti – recita l’articolo 53 della Costituzione – sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche”.
In che misura? È sempre la Costituzione a dirlo: “In ragione della loro capacità contributiva”, cioè del reddito prodotto o del patrimonio posseduto. Come? “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
Tutti, in misura della loro ricchezza, secondo criteri di progressività: tre aspetti sui quali i dati denunciano un impietoso tradimento della Costituzione.
Le entrate finali dello Stato sono costituite all’88% da tributi – il calcolo è dato basato sui dati a consuntivo del 2024. Di questi, il 57% sono imposte dirette. Tra le imposte dirette poco meno del 17% è costituito dall’Ires, quasi il 15% da imposte sostitutive su interessi, affitti, plusvalenze e altri redditi di capitali, mentre il 68,4% delle entrate dirette è costituito dall’Irpef, cioè l’imposta pagata da lavoratori dipendenti, pensionati e marginalmente dalle piccole imprese individuali, che da anni possono godere di una tassazione forfettaria al 15%.
Già così si capisce che le imposte dirette ricadono per oltre due terzi su lavoratori e pensionati, mentre le imprese, tra l’evasione delle piccole e l’elusione delle grandi, sempre più inclini a trasferire la sede fiscale in Lussemburgo o nei Paesi Bassi, salvo poi aderire ad associazioni di categoria che ogni giorno martellano sui mass media sul peso del fisco, contribuiscono per una quota ridotta.
Non solo: tra le persone fisiche, quelle più affluenti godono di tassazioni di favore (le imposte sostitutive) su quelle manifestazioni di ricchezza non proprie di tutti i cittadini: i redditi da capitale, i dividendi azionari, gli affitti…
Senza contare che sopra i 50 mila euro di redditi l’Irpef è del 43%: sia per chi guadagna un centesimo sopra la soglia dei 50 mila euro, sia per chi – pochi o tanti non importa – consegue redditi di 3 o 400 mila euro.
Che ritratto della giustizia fiscale emerge da questa situazione? Già nel 2022 uno studio degli economisti Andrea Roventini della Scuola Sant’Anna e Alessandro Santoro dell’Università di Milano Bicocca, dimostrava come per il 5% della popolazione che ha i redditi più alti la tassazione risulta non progressiva, ma regressiva: maggiore è il reddito, minori le imposte pagate.
Ma lo studio dei due economisti dimostrava che la regressività riguarda l’intera architettura dell’Irpef. Con buona pace della Costituzione.
La legge di Bilancio in corso di discussione in queste settimane non risolve il problema, anzi lo aggrava: il governo ha previsto di portare da 28 a 30 mila euro la soglia di reddito per passare dall’aliquota Irpef del 25% a quella del 35%.
In audizione parlamentare Istat ha dichiarato (ma alle stesse conclusioni è giunta anche la Banca d’Italia) che i guadagni medi variano da 102 euro all’anno per le famiglie più prossime ai 28 mila euro ai 411 euro per quelle più ricche. Ad aggravare la situazione c’è pure la maggiore Irpef che dal 2019 al 2023 lo Stato ha incassato per il naturale “aumento” di salari e pensioni dovuto a rinnovi contrattuali o indicizzazioni all’inflazione: una somma a carico di lavoratori e pensionati stimata da 12 a 18 miliardi, solo in parte restituiti, talvolta con provvedimenti incongrui, con le manovre che si sono succedute nel tempo.

Davide Tondani