Solennità di Pentecoste: diventare cristiani per il dono dello Spirito

La celebrazione diocesana in Cattedrale a Massa

Sabato 7 giugno la Chiesa di Massa Carrara – Pontremoli ha celebrato la solennità dei Pentecoste. Riunita con il vescovo Mario, la comunità diocesana ha fatto memoria di quanto accadde ai discepoli riuniti nel cenacolo, in quel cinquantesimo giorno dopo la Resurrezione.
La Cattedrale è stata, ed è, il nostro cenacolo: riuniti intorno a colui che è ministro di Cristo per noi, e riuniti intorno alla mensa eucaristica, dove, nuovamente Gesù si è fatto pane e vino. Una celebrazione intensa già per sé stessa, che si è arricchita di altri due momenti: la celebrazione dei sacramenti della iniziazione cristiana per un giovane della parrocchia di San Pietro (Avenza) e il Giubileo delle aggregazioni laicali.
Una veglia che ci ha fatto rivivere la discesa dello Spirito Santo, grazie al sacramento della Confermazione, impartito a Marco Jacopo, dopo aver ricevuto il Battesimo per immersione. Un richiamo dirompente al sacramento che ci rende figli di Dio, il segno reale di quell’essere immersi “nella morte di Cristo” come scrive San Paolo ai Romani; un battesimo che ci apre alla vita, quella eterna, perché “Cristo risuscitato dai morti non muore più; la morte non ha più potere su di lui” (Romani 6,9).
Un rito antico, perché così avveniva nella Chiesa delle origini, attraverso l’immersione totale della persona, che rinasceva a vita nuova; un evento che, visivamente, ha riportato i presenti al Giordano, nel momento del battesimo di Gesù. E di Cristo si è cibato, perché Marco non solo ha ricevuto il Battesimo e la Confermazione, ma anche e per la prima volta, Gesù Eucaristia, nelle specie del pane e del vino.
Un momento unico, che ha fatto palpitare i cuori e inumidire gli occhi, un momento che ci ha reso chiesa viva, accogliente, madre e sorella. Sul volto del nuovo figlio della Chiesa c’era una luce gioiosa, unita a tanta pace, da rendere quel momento un tempo “fuori dal tempo”.
Il tema della pace è stato anche il centro dell’omelia del vescovo, che ha salutato tutti proprio con il saluto della pace; il saluto del Cristo risorto ai suoi, e il saluto scelto anche da san Francesco.
Una forma che, ai contemporanei del Santo, come ha tenuto a ricordare il vescovo, doveva apparire abbastanza insolita e suscitare perplessità, tanto che uno dei compagni di san Francesco gli chiese il permesso di cambiarlo; il Santo mantenne però questa forma di saluto, che ancora oggi i francescani portano avanti, con il “pax et bonum”.
Una pace, però, che deve esser “ancora più copiosa nei vostri cuori”, come racconta la leggenda dei tre compagni, citata dal Vescovo, che nomina tutti i luoghi dove la pace è sopraffatta dalla guerra: Gaza, l’Ucraina, l’Est del Congo, il Myanmar, Haiti, il Sudan.
Il nostro pastore ci ha messo di fronte quella guerra mondiale a pezzi, come la chiamava Papa Francesco, che ci interroga e che ci spinge a mantenere viva la speranza.
“È proprio qui – dice il Vescovo – che lo Spirito del Signore ci raggiunge per scuoterci dall’assuefazione, dalla rassegnazione e dall’indifferenza”.
E non sono solo parole, quelle di fra Mario, che, recandosi in Terra Santa coi suoi confratelli vescovi toscani, darà “carne” alla speranza di pace, seguendo “le orme di Francesco, che si è fatto pellegrino di pace in mezzo al rumore delle armi”.
Parole che si fanno testimonianza credibile oltre che credente. Una testimonianza forte è stata anche la presenza dei membri delle associazioni laicali diocesane, che hanno vissuto il loro Giubileo, proclamando con la loro voce la parola di Dio nella liturgia della parola a loro affidata.
Un dono nel dono, arricchito e reso più solenne dalla bellezza e precisione dei canti eseguiti dal coro diocesano, segno di comunione e espressione di un carisma, quello della musica; ogni canto ha sottolineato, con cura e amore, ogni momento della celebrazione stessa.
Chi ha partecipato a quella Eucarestia ne è uscito rinnovato, e per lui, come per ognuno si è realizzata la Parola del Signore: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra”.

Laura Zaccagna