Domenica 13 dicembre – III di Avvento
(Is 61,1-2.10-11; 1Ts 5,16-24; Gv 1,6-8.19-28)
Voce che grida nel deserto. Solo una voce, che prova a trovare i modi giusti per dilatare il cuore all’attesa. Testimone umile di un arrivo, uomo che sceglie di preparare le condizioni. Il battesimo di Giovanni è un rito buono per rimettere in circolo parole come morte, luce e speranza. Il suo battesimo è solo un rito umanissimo per prepararsi all’incontro. Una voce e un testimone. Che poi alla fine è quello che dobbiamo imparare ad essere anche noi, oggi. Noi genitori, educatori, noi chiesa. Essere voce, magari nel deserto, ma voce. Cioè parlare di Lui. Consegnare una storia che se non danza sulla bocca della gente muore. Trovare le strategia per raccontare di Dio e della sua straordinaria avventura nel cuore dell’umanità. Essere voce di una vita che chiede di essere narrata in tutta la sua struggente complessa bellezza. Ed essere testimone. Cioè dare carne.
Dare la nostra carne al Sogno Evangelico per renderlo visibile. Essere testimone non significa essere perfetto, significa essere visibili e credibili. è saper mostrare che il nostro modo di interpretare la vita è solo il frutto di un bruciante innamoramento. Parola e carne, voce e volto, visibile e invisibile, le due cose insieme, a fecondarsi. Abbiamo bisogno di una storia buona per dare forma alla vita ma anche di una vita buona capace di suscitare alla Vita le parole per raccontarsi. “Tu chi sei?”. Intervengono con violenza i sacerdoti e leviti. Arrivano da Gerusalemme e vogliono sapere. Domanda aperta a tutte le possibilità di risposta. Il Battista non si sottrae, confessa, non nega, solenne e profetico il suo parlare: io non sono il Cristo. La prima risposta è un urlo di verità: io non sono. “Io sono” è solo di Dio. Io non sono, significa dichiararsi ombra, fragilità, peccato, limite ed errore. Io non sono è misurare tutta la distanza dalla perfezione. Io non sono è consegnarsi senza negare di essere solo creatura. Ma insieme: io non sono “il Cristo”. Nella negazione di sé parlare comunque di lui: questo è Amore. Io posso definirmi solo rispetto a Lui. è il Cristo il mio termine unico di paragone.
La distanza tra me e il Cristo definisce la mia identità. Parlandoti di distanza io ti parlo di Lui. Parlandoti della mia povertà, ti parlo della Perla Preziosa. Ecco l’essenza del testimone.
Il resto è una risposta che si fa sempre più scarna ed essenziale: “io non sono il Cristo” diventa un semplice “non lo sono”, per ridursi a un incisivo “no”. Più gli accusatori nella domanda si allontanavano da Cristo più la risposta del Battista si faceva asciutta; senza Cristo come termine di paragone Giovanni è come un albero le cui radici sono allontanate dall’acqua.
Tutto questo avviene al di là del Giordano. Dove Giovanni stava aspettando il Messia. Oltre un fiume da attraversare. Perché anche lui sentiva il bisogno di immergersi e di riemergere a vita nuova.
don Alessandro Deho’



