Domenica 2 settembre, XXII del Tempo Ordinario
(Dt 4,1-2.6-8; Giac 1,17-18.21-22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23)
Dopo la moltiplicazione dei pani, Gesù cammina sulle acque e compie miracoli a Genezaret; è piuttosto famoso, e molto seguito: scribi e farisei, venuti da Gerusalemme, lo interrogano pubblicamente. Sembra quasi un’ispezione. Forse erano stati chiamati proprio dai pii ebrei della zona.
I farisei (letteralmente “coloro che sono gruppo a parte”) erano un movimento all’interno dell’Ebraismo e della società ebraica intera. Praticavano un sistema di vita complicatissimo: osservavano ben 613 precetti di vita quotidiana. In questo modo pensavano di avvicinarsi a Dio.
Gli scribi invece erano gli interpreti ufficiali della Scrittura. Entrambi i gruppi sociali erano molto influenti nella Palestina dell’epoca, erano i custodi della morale e dei precetti. Ed è in questa veste che contestano i gesti e le parole di Gesù: prima di tutto, i discepoli di Gesù fanno il pasto senza prima lavarsi le mani. Non è un problema di igiene, ma di religiosità. Non purificarsi le mani è un gesto sacrilego. C’è l’idea che, nel rapporto con la divinità, l’uomo debba purificarsi da tutto ciò che potrebbe offenderla, e provocarne l’ira. Molto spesso era un atteggiamento di religiosità esteriore, a uso degli spettatori.
“Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi?”… Ed egli rispose loro: “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. Sono parole di Isaia, ma servono al Maestro per spiazzare i suoi avversari, accusandoli di ipocrisia. “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”.
Gesù ci fa capire che nessuna legge di Dio può realizzarsi con l’oppressione dell’uomo. Ogni ordinamento religioso deve avere il fine di creare un vero rapporto di amicizia con Dio. Ora si rivolge alla folla, con un insegnamento solenne: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”.
Le norme rituali levitiche sono superate. Il male non entra dall’esterno, viene scelto dall’uomo con il libero arbitrio, e compiuto con parole, azioni ed omissioni. Rientrati a casa, i discepoli gli chiedono spiegazioni, e lui le fornisce: “Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”.
È l’unico catalogo di vizi del vangelo. Ma è la frase finale che definisce l’etica che il Figlio ci vuole insegnare: i pensieri cattivi sono fonte di impurità e di peccato.
È un’etica molto impegnativa: l’impurità del cuore è il male e va eradicata. È un codice di educazione del cuore, dettato da Dio per la piena realizzazione della dignità e della felicità dell’uomo. È una strada dura e difficile, ma ha fatto da guida ai santi che, nel loro tempo, sono stati sicuri punti di riferimento, e, oggi, sono esempi da imitare. Il cuore, per gli antichi, è il luogo delle decisioni e delle scelte che contano: è la sede della coscienza e della responsabilità. Gesù ci chiede di rispettare le leggi di Dio e degli uomini non per paura, o per accontentare l’occhio dell’uomo; di non fermarci a ciò che appare, e di lasciarci ispirare dalla sapienza del cuore. Dio solo sa quanto ci sia bisogno che tutto quello che facciamo, diciamo, doniamo agli altri, sia l’espressione di un cuore semplice e pulito.
Pierantonio e Davide Furfori



