Domenica 22 aprile, quarta domenica di Pasqua
(At 4,8-12; 1Gv 3,1-2; Gv 10,11-18)
“Io sono il buon pastore”. Il termine greco kalòs – tradotto con buon – ha un significato molto più profondo. Letteralmente significa bello, ma nel senso di una cosa di buona qualità, che risponde pienamente al proprio scopo. Questa espressione, nel Nuovo Testamento, la troviamo solo nel vangelo di Giovanni.
Il Figlio trova un modo, suggestivo e originale, per definire la propria relazione con gli uomini e col Padre. Dio è il Pastore di Israele fin da sempre. Mosè è il mediatore tra il popolo e Dio, in qualità di profeta e sacerdote. Samuele ungerà Davide, per farlo mediatore e Re.
Ma, col tempo e lungo le generazioni, i capi non ascoltarono più la voce di Dio e preferirono coltivare i propri interessi. E fecero sì che le possibilità di salvezza per il popolo si corrompessero, e divenissero vie di perdizione.
“Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. Al contrario del mercenario, (e del potente di turno) che non ha nessuna relazione con le pecore, Gesù, il buon pastore, ha con i credenti una relazione di conoscenza intesa nel senso biblico: un legame d’amore profondo.
Mentre i cattivi pastori vedono nel gregge una massa indifferenziata di pecore su cui esercitare il controllo, il modello di pastore che Gesù ci propone conosce e ama le sue pecore, una ad una, ed è da esse ri-conosciuto ed amato. Gesù dice di se stesso di essere il solo pastore capace di amare le sue pecore. In questa categorica affermazione non c’è niente di mieloso, c’è piuttosto la denuncia che i capi religiosi di Israele sono dei mercenari a cui nulla importa del gregge che Dio ha loro affidato.
Questa parabola del “buon pastore” può essere interpretata anche in chiave familiare. L’amore dei genitori per i figli è il tipico esempio di autorità.
Ma c’è una condizione che deve essere osservata: al centro della famiglia deve esserci la persona dei figli, e non il loro servizio nei riguardi dei genitori. Dare la vita non si esaurisce col generare, ma si protrae, durante tutta la vita, senza tentativi di riprendersi quanto si è generato.
“Io dò la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio”.
Per Giovanni, Gesù è il Signore della storia, protagonista incontrastato, dà la vita quando vuole e quando vuole la riprende. Coloro che lo circondano non modificano il suo modo di essere: che lo accolgano oppure no, che lo seguano oppure no, che lo amino o lo tradiscano: Lui ha una missione da compiere e la porterà a compimento.
La sua missione non è morire in croce, ma essere innalzato, glorificato per rivelare l’amore del Padre. Vede la Sua morte imminente in un orizzonte di libertà, reso possibile dalla relazione con il Padre. Parla della sua morte nella prospettiva della resurrezione. Ci dice che, quando tutto sarà compiuto, riprenderà la sua vita.
Pierantonio e Davide Furfori



