Aldo Cazzullo non ha certamente bisogno di presentazioni. I suoi lavori affascinano i lettori scalando le classifiche, ed è così anche per il libro “Francesco. Il Primo Italiano” (ed. Harper Collins, euro 19,50). Cazzullo ricostruisce la vita di Francesco d’Assisi, intensa ed unica nonostante il breve viaggio terreno ad ottocento anni dalla morte. Più che sugli eventi della vita, l’autore vuole che i lettori traggano l’essenza del testamento di Francesco, il suo messaggio indenne nei secoli.
Pagine che hanno la straordinaria capacità di trasmettere la forza di un’esperienza irripetibile, capace di dare le “vertigini”, infondere fiducia e pace in chi la osserva sentendosene affascinato. Francesco, “pazzo da slegare”, è presentato dall’autore nella sua interiorità, superando difficoltà non comuni per l’intreccio di elementi che, fusi insieme, convergono alla costruzione di quel capolavoro di Dio che ammiriamo nella essenzialità del suo essere, del suo vivere, delle sue scelte.
Nella sua componente estremistica si inserisce l’amore travolgente per Madonna Povertà invocata, cercata e difesa in tutti i modi, quando ne viene messa in discussione l’assoluta preminenza. Francesco vuole imitare concretamente il Crocifisso, vuole farsi piccolo spogliandosi di ogni avere per essere pronto a ricevere tutto da Dio che, dobbiamo ammettere, l’ha riempito a dismisura lasciandoci sbalorditi di fronte al miracolo di un’esistenza che è più divina che umana pur conservando le migliori caratteristiche dell’umano: la tenerezza, la spontaneità, la “maternità” verso i fratelli, persone o animali o cose da lui venerati e chiamati a lodare il Creatore.
È uomo di pace, intesa non solo come assenza di guerra bensì come cammino di giustizia, fraternità e riconciliazione. Non si costruisce la pace se non si è pronti ad un passo indietro, a rinunciare alla sopraffazione, a considerare l’altro come fratello da incontrare, con cui dialogare riconoscendone la dignità.
Francesco è il primo italiano, il nostro padre spirituale, figura fondativa della nostra identità e la parte “migliore di noi”. Sua la prima poesia in italiano, il Cantico delle Creature, che ci tocca per la sua capacità di farci entrare in sintonia con l’universo esplorato, ammirato, custodito. Ha inventato il presepe, l’evoluzione di un sogno e di un desiderio alla ricerca di una maggiore intimità con il suo Signore, vivendo a Greccio quanto accaduto molto prima a Betlemme. Ha rivoluzionato il teatro e la pittura dando stura all’arte con gli episodi della sua vita, già presenti nelle pale d’altare delle “istoriate” dove il Santo campeggia al centro. Ovviamente il più celebre è il ciclo affrescato da Giotto nella Basilica Superiore di Assisi.
Anche nel cinema la sua è la figura più rappresentata e vari registi hanno tentato di dargli un volto e di svelare il segreto della sua santità.
Tentativi da elogiare per aver reso l’esperienza di Francesco meno inaccessibile, più vicina a noi evidenziando che Gesù si abbandona senza riserve al mistero dell’Amore incondizionato. Ha ispirato grandi italiani da Dante a Petrarca, da don Bosco a Manzoni, a De Gasperi. Ci ha testimoniato il rispetto per le donne, l’amore per i piccoli, i deboli, i lebbrosi tanto che possiamo affermare che il Poverello di Assisi è vivo in mezzo a noi.
Un Santo moderno, quasi nostro contemporaneo che, nato in un “ieri lontanissimo”, ci accompagna nel cammino della vita prendendoci per mano sentendo con noi le nostre miserie e valutando le nostre grandezze. Pellegrino d’amore, conforto dei deboli, speranza dei peccatori e messaggero di pace. Pace da lui acquisita con il bacio al lebbroso, la prima grande vittoria su se stesso e con la libertà dalla schiavitù delle cose terrene mentre la domanda rimane: “Chi è Francesco per me?”.
Ottocento anni dalla morte, otto secoli di consegna, di transito, di stimmate, di regole, di fraternità. Echi di un’unica voce, di un’unica santità che gli dava la coscienza che tutto è di un Altro. Si ama ciò che non si possiede. Qui la radice fra amare e possedere. Qui il brivido della povertà, non nel compiacimento della miseria. Tutto è di un Altro che, oltre ad “Altissimo e Onnipotente”, è Buono.
Gesù ha svelato il volto “Buono e Misericordioso” del Padre, rompendo l’orizzonte della morte. Perciò si può morire cantando sulla nuda terra. Ed anche morire lodando.
Ivana Fornesi



