Domenica 1 febbraio – Quarta domenica del tempo ordinario
(Sof 2,3; 3,12-13 1Cor 1,26-31 Mt 5,1-12a)
La liturgia odierna ci permette di riflettere sulle nove beatitudini, la carta magna della vita cristiana come la chiamano molte esegesi.
La prima lettura del libro del profeta Sofonia ci propone una particolare chiave di lettura, quella della povertà. “Cercate il Signore voi tutti poveri della terra” (Sof 2,3). È la stessa tematica che apre le beatitudini, dove Gesù proclama beati quelli che sono poveri in spirito e in qualche modo guida tutte le altre beatitudini.
I “poveri in spirito” nelle Beatitudini sono persone umili che riconoscono la propria fragilità e dipendenza da Dio, non necessariamente chi è povero materialmente, ma chi è “mendicante di Dio”, consapevole di non bastare a sé stesso e bisognoso di Dio e del prossimo, il che li rende ricettivi al Regno dei Cieli.
Non si tratta di debolezza, ma di una forza spirituale che si manifesta nell’affidarsi a Dio, piuttosto che all’autosufficienza e al controllo.
La povertà evangelica è una povertà che permette di aprirsi all’altro, la consapevolezza della non sufficienza. Quella di sapere che non siamo niente se non insieme alle persone e soprattutto con Dio, “non potete fare niente senza di me” (Gv 15,5).
La povertà in spirito non è la miseria ma la semplicità, è l’elogio dell’umiltà, quelle persone che sanno che a loro manca qualcosa, che hanno fame e sete di giustizia, che sono alla ricerca della misericordia e della pace.
Tale povertà aiuta nel momento della tempesta, che non manca mai nella vita dell’uomo. In quei momenti difficili il povero in spirito trova sollievo e sostegno in Colui che è il re della pace, che è venuto non per i perfetti ma per i peccatori.
Nella folla stessa che sta ascoltando Gesù in questo passaggio, secondo me, non ci sono molti ricchi, ma i poveri che non hanno niente da perdere ma tutto da guadagnare. Chi si riconosce bisognoso viene colmato dei beni divini.
Gesù stesso si fece bisognoso dell’uomo per elevarlo a dignità di figlio di Dio. Tuttavia, perché sono beati i poveri in spirito? Perché di essi è il regno di Dio.
La povertà è la chiave per aprirsi al cielo, è quella che ci fa incamminare verso la felicità eterna. Se c’è una condizione quindi per trovare quello che ricerca il nostro cuore è quella del mendicante, quella della fragilità accettata, quella della vulnerabilità che non viene custodita come arma per tenere gli altri lontani, ma piuttosto come condizione per stare con loro.
La povertà, che non è miseria, permette di apprezzare le cose per il loro giusto valore, ci permette di mantenere lo stupore e l’innocenza del bambino. Riconoscersi povero ci mantiene nella condizione di figli, bisognosi del Padre, creature che sanno di non potere vivere senza il creatore, il datore di ogni cosa.
don Jules Ganlaky



