Con due appuntamenti ad Aulla si è conclusa la Settimana di preghiera ecumenica
Dal 18 al 25 gennaio si è svolta la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. Il tema scelto per il 2026, “Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito, come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati” (Ef 4,4), si ispira alla tradizione delle Chiese armene, segnate da una storia di fede e persecuzione.

Nella diocesi apuana i momenti centrali si sono tenuti ad Aulla: una riflessione sulla Parola di Dio, mercoledì 21 gennaio, e una preghiera ecumenica, venerdì 23 gennaio, entrambi nell’abbazia di San Caprasio. Hanno preso parte agli incontri il vescovo mons. Mario Vaccari, il pastore Massimo Marottoli (Chiesa evangelica metodista), padre Armand Bratu e padre Pavel Dragos (Chiesa ortodossa romena), insieme a don Anthony Nnadi, delegato diocesano per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso.
A partire dal testo del tema, i relatori hanno messo in luce l’unità come dono originario: un solo corpo, un solo Spirito, una sola speranza. Prima ancora delle diversità di ministeri e tradizioni, l’unità appare come realtà già data in Cristo, da custodire e far crescere.
Il pastore Marottoli ha evidenziato l’assenza nel testo di riferimenti espliciti all’Eucaristia, aprendo una riflessione ecumenica sul fatto che l’unità della Chiesa precede i suoi segni visibili, senza negarne la centralità.

Padre Bratu, richiamando la Chiesa antica, ha evidenziato come la vera comunione nasca dall’essere “in Cristo”.
Il vescovo Mario ha infine collegato i diversi contributi, ricordando come ogni tradizione cristiana porti un dono specifico e come il battesimo resti fondamento comune della fraternità cristiana.
L’incontro ha visto una partecipazione attenta, seguita da domande di approfondimento. Tra queste, quella finale è giunta semplice e diretta: “Che cosa ci unisce?”. Le risposte dei relatori hanno assunto un tono più personale, convergendo sull’essenziale: l’essere in Cristo, la vita nuova del battesimo, l’appartenenza comune al suo corpo.
Una risposta corale, più umana che dottrinale, che ha restituito il senso profondo dell’incontro: l’unità non come formula astratta, ma come cammino concreto di fede e relazione vissuta, in cui le differenze non sono ostacoli ma occasioni di mutuo arricchimento.

Nel secondo incontro è emerso l’esito naturale della riflessione, spostando l’accento dalla parola alla preghiera. Durante la celebrazione molti hanno riconosciuto la bellezza di ritrovarsi non per discutere, ma per pregare e lodare Dio, lasciando che le parole precedenti si compissero nel silenzio e nell’invocazione.
Tema centrale è stato l’“innalzamento” del Figlio dell’uomo: Cristo crocifisso, che per Giovanni è già rivelazione dell’amore del Padre e principio di attrazione universale. Questo richiamo ha trovato un riscontro nella sobrietà dell’abbazia, dove il crocifisso centrale evocava visivamente l’innalzamento e accompagnava la preghiera.
In un ambiente essenziale, privo di elementi dispersivi, lo sguardo è stato guidato verso l’alto, rendendo la croce il cuore della celebrazione.
Nelle omelie, il vescovo Vaccari, il pastore Marottoli e padre Dragos hanno richiamato, da prospettive diverse ma convergenti, il mistero della croce come rivelazione dell’amore di Dio e fondamento dell’unità cristiana.
Un contributo significativo è venuto anche dal coro: i canti, ispirati a diverse tradizioni, hanno accompagnato la preghiera richiamando luce, fraternità e cammino condiviso. Se il primo incontro ha privilegiato l’approfondimento della Parola, il secondo ha condotto a una dimensione raccolta e contemplativa.
segni visibili della celebrazione hanno lasciato spazio all’opera della grazia interiore: l’invisibile ha prevalso e l’unità, nella preghiera, non è stata spiegata né costruita, ma riconosciuta come dono già presente in Dio.
In questo spazio di silenzio, di ascolto e lode, l’ecumenismo è emerso non solo come cammino da percorrere, ma come mistero da accogliere: oltre ciò che si vede e si può dire, tutto trova unità in Cristo.
Franco Santoro



