Venticinque anni sono davvero un soffio nella storia, per una struttura che ha visto scivolare dall’alto delle sue pietre oltre un millennio di questo territorio; eppure non poteva passare sotto silenzio questo anniversario perché il restauro che ha interessato la Pieve di Sorano, nell’ambito dei finanziamenti per il Giubileo, è un evento fondamentale dell’antica pieve romanica che nel 2000 è ritornata a nuova vita dopo secoli di degrado e decadenza.
Per questo domenica pomeriggio nel centro didattico “Mannoni” a Filattiera, si è tenuto un interessante convegno in cui si è raccontato a 360 gradi le vicende delle Pieve, dalla sua storia millenaria, alle complesse traversie del restauro per passare alle indagini archeologiche che si sono tenute in quell’area.
A tracciare un quadro storico l’architetto Stefano Milano che ha ricordato come prima ancora della citazione del nome di Filattiera il territorio fosse identificato con l’indicazione di Sorano. Un luogo di grande importanza strategica tra il V-VII secolo, con molte aree appenniniche che erano dei presidi romani in contrasto con le invasioni barbariche. Con il Kastron Soreun che rappresentava quindi un importante centro di protezione del territorio, in particolare del porto di Luni.

Su questa base si è poi integrato l’intervento dell’archeologo Enrico Giannichedda che ha raccontato della complessa opera di indagini archeologiche tra il 1986 e il 2000 proprio mentre, allo stesso tempo, si stavano svolgendo i lavori di restauro.
Un’opera di ricerca intensa, da cui sono emersi importanti risposte, a partire dal fatto che prima dell’attuale Pieve probabilmente in questo luogo esisteva un’altra chiesa altomedievale (VIII-IX secolo) dalla quale potrebbe provenire quell’epigrafe detta di Leodegar (del 752) che è oggi conservata nella Chiesa di San Giorgio a Filattiera.
“Ma non solo – ha sottolineato Giannichedda – vi è la sepoltura monumentalizzata di una persona importante”. È chiaro che la suggestione suggerirebbe il nome dello stesso Leodegar ma, con la prudenza dell’archeologo, Giannichedda rimarca che non ci sono evidenze che lo possano dire con certezza.

Attorno al decimo secolo venne realizzata una chiesa più grande, nell’XI secolo la struttura venne edificata in forme romaniche con le tre navate, mentre nel XIII la chiesa venne restaurata nella forma che grosso modo è ancora quella attuale. La Pieve vivrà in questa fase il suo periodo di massimo splendore fino al XV secolo, quando inizierà ad essere abbandonata e nel ‘600, a causa dell’insalubrità del sito per la presenza del fiume Magra e della pericolosità per il passaggio continuo di eserciti, l’edificio verrà abbandonato definitivamente come sede parrocchiale alla metà del XVIII secolo.
Una situazione di degrado che ha attraversato quindi gli ultimi secoli e che trova pieno riscontro nel resoconto di Riccardo Lorenzi che ha incentrato il suo intervento sull’ultimo secolo di storia della Pieve, integrando il suo racconto con delle affascinanti immagini fotografiche.
Alcune di queste hanno quindi evidenziato lo stato di pessima conservazione della Pieve ad inizio ‘900, ormai quasi un rudere, senza tetto, con le mura perimetrali pericolanti (“quando le misurai prima dell’avvio dei lavori di restauro erano fuori piombo di 43 cm” racconta lo stesso Lorenzi) e con l’area che era adibita a cimitero sia all’esterno che all’interno della Pieve, dove erano state realizzate delle cappelle gentilizie nella navata sinistra.

Nel 1956 il Vescovo di Pontremoli cercò invano fondi per il restauro della Chiesa, ma il mancato successo dell’iniziativa lo convinse, nel 1965, a tentare la costruzione di una nuova chiesa. Iniziano poi finalmente i primi lavori di restauri, nel 1977 una porzione del transetto, nel 1982-1983 di una parte dell’abside e delle cappelle della chiesa, nel 1994-1995 della torre campanaria.
E poi arriva la svolta, con il progetto di restauro legato al giubileo. Un’opera per cui vennero finanziati 2 miliardi e 600 milioni di lire “finanziamenti importanti ma non fu comunque facile mettere tutti d’accordo” come ha ricordato la sindaca Annalisa Folloni, allora giovane consigliera comunale, e come ha ribadito l’allora sindaco, Paolo Zammori. Sicuramente si dovette lottare non poco per convincere la popolazione per spostare i le tombe dei loro cari, tanto che alla Sovrintendenza arrivò una lettera con la firma di 76 persone che chiedevano di non dare corso all’opera di restauro.
Fu grazie alla capacità di convincimento dello stesso sindaco Zammori e soprattutto dell’allora parroco don Fortunato Cavellini, che le perplessità della cittadinanza si placarono e si poté dare avvio al restauro.

Un intervento di cui ha parlato l’architetto Mauro Lombardi con il primo passo che fu la realizzazione della sottofondazione per garantire maggiore stabilità alle Pieve e con il drenaggi delle acque che ristagnavano sotto la base della struttura, e che ne danneggiavano la solidità soprattutto nel lato nord.
Per dare poi una maggiore stabilità sismica, si è operata la collocazione di micropali all’interno delle colonne, micropali che sono ancorati al terreno con una profondità di 18 metri. Pur non facendo parte originale della struttura, si preferì mantenere sia le arcate e il cornicione ottocentesco, anche per dare memoria della presenza delle cappelle gentilizie.
Per il tetto Lombardi ricorda con un sorriso come le piagne “alcune furono prese da don Fortunato dai tetti della Rocca mentre altre furono acquistate a Zeri dalla ditta che eseguiva i lavori”.
Ed a proposito di ricordi, per l’architetto è ancora una grande emozione quando nel luglio 1999 “venni chiamato dagli operai perché c’era un sasso strano. Era la statua stele Sorano V, che ancora oggi è visibile all’interno della chiesa”. Dimostrazione di come l’antica Pieve, come detto in apertura della sindaca, “è per noi filattieresi un luogo dell’anima, ben consapevoli che l’importanza di questo luogo va al di là del nostro comune e abbraccia l’intera Lunigiana”.
Riccardo Sordi



