Chi non vuole lavorare, neppure mangi!

Domenica 16 novembre – XXXIII del Tempo Ordinario
(Mal 3,19-20a; 2Ts 3,7-12; Lc 21,5-19)

Avvicinandoci alla fine dell’anno liturgico e della lettura del vangelo secondo Luca, la liturgia concentra la nostra attenzione verso l’attesa delle cose ultime. Verrà il Signore Gesù con il suo Regno, ma i cieli nuovi e la terra nuova si realizzano anche con il nostro contributo.
1. Io vi darò parola e sapienza. Passano le cose di questo mondo, e il brano di vangelo ci ricorda che la fine sarà accompagnata da “sollevamenti, terremoti, carestie e pestilenze” e “metteranno le mani su alcuni di voi”.
Di fronte ai fatti straordinari e alle persecuzioni che accompagneranno la fine, ci viene rivolto l’invito a rinsaldare la nostra fede senza avere paura, perché “nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”.
Con la perseveranza manterremo la fede e salveremo anche la vita. Il cristiano si rifugia con sicurezza nella presenza di Gesù che ci darà “parola e sapienza”, con umiltà riconosce la propria incapacità e con rammarico l’insufficienza delle risposte che gli esperti preparano a tavolino.
2. Non siamo rimasti oziosi in mezzo a voi. Nell’attesa delle cose ultime, evitiamo il rimprovero fatto da San Paolo ai Tessalonicesi e ascoltato nella seconda lettura: “Alcuni fra voi vivono una vita disordinata, senza fare nulla e sempre in agitazione. A questi tali ordiniamo di guadagnarsi il pane lavorando con tranquillità”.
E aggiunge anche: “Chi non vuole lavorare, neppure mangi”. Per dare valore al suo ordine, San Paolo si propone come esempio con il suo comportamento: “Noi non abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato duramente, notte e giorno, per non essere di peso ad alcuno di voi”.
L’ammonimento di Paolo ci dice di guardarci dal desiderio di avere un posto nella Chiesa per ottenere una ‘prebenda’, e il suo esempio ci ricorda che la beneficenza si fa con i mezzi propri, non con quelli altrui.
3. Ordiniamo di guadagnarsi il pane. Mentre aspettiamo la seconda venuta del Messia, non ci è consentito di vivere in una attesa passiva. Abbiamo compiti ben precisi: preparare migliori condizioni di vita e rendere abitabile la nostra terra consacrata dal sangue del Signore Gesù.
Il lavoro non è una maledizione, e neppure un optional di cui si può fare anche a meno, perché mediante il lavoro l’uomo non solo si procura il pane quotidiano, ma contribuisce alla necessaria elevazione culturale e morale della comunità dove vive con i fratelli.
Dopo la preghiera, il lavoro investe più profondamente la vita spirituale e religiosa della persona umana, perché l’uomo che lavora è come l’albero che dà frutti a tutti e non si sente creditore, anzi chi coglie i suoi frutti lo sgrava di un peso.
Nel lavoro l’uomo esprime se stesso, comunica qualcosa di sé, umanizza parzialmente la terra e il cosmo, porta il suo contributo alla venuta del Regno di Dio e al progresso dell’umanità.

† Alberto