Il medico e la guerra:  la medicina non è neutrale rispetto ai diritti umani

A margine delle celebrazioni della Giornata del Medico dello scorso 8 novembre a Carrara: la responsabilità medica non deve essere neutrale né indifferente rispetto alle cause delle sofferenze, anche negli scenari di guerra

Il convegno a Carrara “Il medico nei tatri di guerra”

La mattina di sabato 8 novembre a Carrara, nel corso della “Giornata del Medico” dedicata al tema “Il medico nei teatri di guerra”, Lorenzo Bresciani, giovane neurologo, ha riferito del proprio impegno nelle missioni umanitarie.
Dopo un’esperienza nella guerra in Ucraina con l’associazione Mediterranea, è stato imbarcato con la più recente missione di Freedom Flotilla volta a denunciare e sfidare via mare il blocco agli aiuti sanitari e umanitari imposto a Gaza.
In quel conflitto, ha ricordato Bresciani, circa 1.500 tra medici ed operatori sanitari hanno perso la vita sotto i colpi delle forze israeliane. Dell’iniziativa civile non violenta erano parte medici, infermieri, giornalisti e deputati. Nella sua barca c’erano centinaia di scatole di Baby Formula e farmaci salvavita.
L’intercettamento è avvenuto la mattina dell’8 ottobre. Rispettando il training fatto prima della partenza, gli attivisti hanno subito l’abbordaggio dei soldati israeliani, le ripetute perquisizioni, gli insulti, lo strappo delle bandiere, l’irrisione, sempre a mani aperte, mentre uno parlava per tutti.
Bendati, percossi, denudati e condotti in celle strette senza permesso di dormire. L’accusa per tutti era di “ingresso illegale in Israele” pur essendo stati rapiti in acque internazionali su barca italiana e dunque su “suolo italico”.
A questo punto il racconto è interrotto da una voce nella sala: “Non sono d’accordo con questa relazione, siamo venuti per ascoltare qualcosa di etico ed umanitario ma questa è una relazione politica!”.
Pronta la risposta del medico: “La nostra azione è apolitica, non ha alcun intento politico, è una testimonianza. Dobbiamo contrastare la disumanizzazione ed essere garanti del diritto universale alla cura. Tutta questa storia è nata dal Giuramento di Ippocrate, quasi tremila anni fa”.
Risposta netta e appropriata che merita una riflessione.
Fin dall’antica Grecia, con il Giuramento di Ippocrate, i medici hanno cercato di riportare in un codice la loro responsabilità etica. Col tempo, dall’approccio individuale alla salute si è passati alla dimensione più sociale della responsabilità medica che non deve essere neutrale né indifferente rispetto alle cause delle sofferenze.
Il lavoro medico in ambito umanitario è di cura delle ferite ma anche di testimonianza delle cause di quelle ferite, di documentazione delle violenze e di restituzione di visibilità alle vittime. In un contesto di guerra, espressione estrema della disumanizzazione e della distruzione, la medicina si afferma come un atto di resistenza civile, etica e professionale. L’”atto di testimonianza” diviene nel profondo un “atto politico”.
I principi professionali ed etici dell’atto medico vennero riaffermati dalla Dichiarazione di Ginevra adottata nel 1948 dalla Associazione Medica Mondiale dopo i crimini medici del secondo conflitto mondiale. Le Convenzioni di Ginevra del 1949 hanno poi voluto proteggere gli operatori e le strutture sanitarie durante i conflitti armati e garantire la cura e l’assistenza ai malati e feriti, anche prigionieri.

L’ospedale pediatrico Okhmatdyt, a Kiev, danneggiato in seguito all’attacco missilistico lanciato dalle forze russe nel luglio 2024 (Foto ANSA/SIR)

La Carta di Ottawa (OMS, 1986) afferma con chiarezza, infine, che la salute è un fatto politico e collettivo. Il Codice Deontologico dell’Ordini dei Medici chiede oggi ai medici di denunciare le cause di malattia, anche quando hanno radici politiche, economiche, militari o ambientali. Uguale responsabilità è affidata ai medici militari, sia in tempo di pace che di guerra, invitati a “denunciare i casi di torture, violenze, oltraggi e trattamenti crudeli e disumani tali da essere degradanti per la dignità della persona”.
Di fronte a ospedali colpiti, sanitari uccisi, popolazioni affamate e massacrate il silenzio non è neutralità: è una presa di posizione. Il dott. Angelo Stefanini, già responsabile OMS nei Territori Palestinesi Occupati, ricordava: “Davvero possiamo credere che la medicina, anche quando la svolgiamo come aiuto umanitario, resti neutrale mentre attorno a noi ogni diritto viene calpestato? Non è una questione ideologica, ma etica.
Il medico non è un tecnico neutro: è un soggetto responsabile. Anche la parola medica, quando è pronunciata o quando viene taciuta, costruisce realtà”. In un mondo attraversato da conflitti sempre più distruttivi e disumanizzanti, i medici, né eroi né infallibili, hanno il dovere di un atto professionale e politico: testimoniare ed essere custodi del principio di umanità che sopravvive alla guerra.
Non è medicina se non unisce la scienza alla pace, alla cura dell’ambiente, alla giustizia. C’era tutto questo dietro l’encomio solenne che l’Ordine dei Medici di Massa Carrara ha voluto tributare al dott Bresciani.

(Severino Filippi)