Domenica 2 novembre – Commemor. dei Fedeli Defunti
(Gb 19,1.23-27;Rm 5,5-11;Gv 6,37-40)
La liturgia ci invita ad associare alla grandiosa visione della gloria dei Santi il mesto ricordo dei nostri cari defunti.
1. Senza la mia carne vedrò Dio. Siamo nati per la vita e non per la morte, e il momento della separazione, anche se inevitabile e qualche volta previsto, è sempre un momento di tristezza e di dolore. Passano le cose di questo mondo, uno per volta andiamo incontro al Signore portando il frutto delle nostre buone azioni e lasciando il segno del nostro passaggio in coloro che abbiamo incontrato.
Di fronte al mistero della morte non sempre troviamo la risposta che cerchiamo, ma preghiamo: “Nella tua grande bontà rispondimi, Signore”, e ci ripetiamo: “Quanto sono insondabili i giudizi del Signore, e inaccessibili le sue vie!” Non riusciremo mai a comprendere il mistero della morte, abbiamo però la garanzia di vedere il nostro Signore Gesù che abbiamo servito in questa vita.
2. L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori. L’impoverimento della società inizia quando non si apprezzano i doni che Dio riversa su tutte le persone e le rende preziose. Il cristiano è consapevole di avere tanti talenti da mettere a disposizione e non li tiene gelosamente per sé, ma li mette a frutto, perché un giorno gliene sarà chiesto conto e ne riceverà la ricompensa.
Ci dice la liturgia della festa di San Lorenzo: “Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semina con larghezza, con larghezza raccoglierà, perché Dio ama chi dona con gioia” (2Cor 9,6-7) e non si lascia vincere in generosità.
Il frutto da portare nel mondo privo di misericordia e dominato dall’efficientismo, dove ciascuno tende ad autogiustificarsi e magari ad accusare gli altri, è la testimonianza di uomini che non si ergono a giudici, ma che tendono la mano a tutti i fratelli e a loro testimoniano l’amore di Dio.
Ogni cristiano svolge la sua missione non come battitore libero, ma all’interno di una comunità dove si riconosce fratello tra fratelli e dove si rende conto di non essere il protagonista della storia, ma uno strumento nelle mani di Dio, secondo l’ammonimento di Gesù: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla”; “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,5.16).
3. Beati i morti che muoiono nel Signore: “essi riposeranno dalle loro fatiche, perché le loro opere li seguono” (Ap 14,13).
I nostri cari ci hanno preceduto e già ricevono la ricompensa per le buone opere, vivono presso il Signore e sono vivi nel nostro ricordo. Pur essendo nati in altri tempi e avendo affrontato maggiori ristrettezze, ci lasciano la testimonianza di laboriosità, di disponibilità, di tanta fede in Dio.
Noi li ricordiamo sempre in benedizione e “non siamo qui per esaltare i nostri padri, ma per mostrarci loro figli valorosi” (Plutarco, Aristide 12).
† Alberto



