Padre Turoldo: spiritualità, cultura e impegno civile di uno tra i “folli di Dio”

Mario Lancisi, scrittore e giornalista toscano, prosegue il suo viaggio tra i “folli di Dio” – la riuscita definizione è dello storico Alberto Melloni – che animarono il cattolicesimo di Firenze a partire dai primi anni ’50. Folli perché queste figure che lasceranno un’impronta fortissima nella Chiesa italiana e della cultura del Novecento, agitarono le acque di quella che Lancisi stesso ha definito la “Chiesa dell’onnipotenza” del Dopoguerra.
Per una fortuita coincidenza i Folli di Dio si trovarono ad operare tutti a Firenze: don Lorenzo Milani, don Giulio Facibeni, Padre Ernesto Balducci, Giorgio La Pira, con la “protezione” del cardinale Elia Dalla Costa. A questi si unì, a partire dal 1954, un frate friulano dell’ordine dei Servi di Maria, Padre David Maria Turoldo (1914-1992).
È a questo poeta, teologo e infaticabile uomo del dialogo tra mondi e culture, con uno spirito critico che entrò presto in collisione con il Sant’Uffizio – il Cardinale Ottaviani dirà di lui “fatelo girare, che non coaguli” – che Lancisi dedica “David Maria Turoldo. Vita di un poeta ribelle” (edizioni Terra Santa, 2024).
L’originale biografia del monaco servita si aggiunge alle altre opere che Lancisi ha dedicato alle figure “folli” della Chiesa fiorentina degli anni ‘50 e ‘60 e ricostruisce la parabola esistenziale di Turoldo, evidenziando la sua capacità di unire la spiritualità più autentica con un impegno civile e sociale radicale e scomodo.
Il soprannome di “poeta ribelle” che fa parte del titolo del libro non è casuale. Padre Turoldo era effettivamente “ribelle” con la sua schiettezza, la critica alle gerarchie ecclesiastiche e la sua denuncia delle ingiustizie sociali: posizioni che iniziò a sostenere già nella Milano occupata della II guerra mondiale, in cui partecipò alla Resistenza, e che continuò ad esprimere nelle messe festive che l’Arcivescovo Schuster gli facava celebrare in Duomo (“noi invece parliamo del Vangelo”, era il suo celebre incipit all’omelia, per distanziarsi da usi dell’ambone più orientati al moralismo), o nell’esperienza della “Corsia dei Servi”, un centro di spiritualità e cultura che divenne punto di riferimento per intellettuali laici e cristiani della città meneghina.
Ma il frate nato in una poverissima famiglia della campagna udinese era anche poeta: la sua straordinaria produzione in versi, in parte riprodotta nel libro ad introduzione di ogni capitolo, mostra la profonda sensibilità che permeava ogni aspetto della sua vita e della sua predicazione: arte e fede erano in Turoldo indissolubilmente legate.
La vita del frate che alla morte di Giovanni XXIII fonderà una comunità proprio a Sotto il Monte, il paese natale di Papa Roncalli, è delineata da Lancisi attraverso una ricca mole di aneddoti poco noti, documenti inediti e nuove testimonianze per svelare i passaggi più cruciali della vita del frate.
Dal testo, che va oltre una cronologia dell’esistenza di Turoldo, emerge la figura di un frate in anticipo sui tempi, spesso etichettato come scomodo e moderno, incompreso dai suoi stessi superiori, ma che in realtà era mosso solo dal Vangelo e dallo spirito del Concilio Vaticano II, di cui fu precursore.
Lancisi sottolinea come Turoldo sia stato un ponte tra credenti e non credenti, capace di parlare all’umanità autentica e di concentrare la sua riflessione sull’emancipazione e sulla realizzazione dell’Uomo.

Davide Tondani