Domenica 27 luglio – XVII del Tempo Ordinario
(Gen 18,20-32; Col 2,12-14; Lc 11,1-13)
“Signore, insegnaci a pregare”, dicono gli apostoli a Gesù. La difficoltà espressa dagli apostoli è comune anche a tutti noi. Anche San Paolo scrive ai Romani: “Non sappiamo come pregare in modo conveniente” (Rm 8,26).
1. Gesù si trovava in un luogo a pregare. Il vangelo secondo Luca ci racconta sette momenti di preghiera di Gesù, e degli ultimi due ci riferisce anche le parole (Padre, allontana da me questo calice; Padre, perdonali; Padre, nelle tua mani). La preghiera presuppone uno stato di bisogno e la fiducia in qualcuno più grande capace di venirci in aiuto.
Questo contraddice lo spirito di indipendenza e di grandezza inculcato dalla pedagogia moderna, secondo la quale ogni autonomia viene considerata una forza, mentre il bisogno dell’altro è inteso come debolezza.
Ma la preghiera si presenta proprio come una relazione nella quale emerge il bisogno che abbiamo di Dio: nella preghiera comprendiamo che la nostra forza ci viene da fuori, da quella presenza divina che soffia il suo Spirito sulla fragilità della nostra vita.
2. A chi bussa sarà aperto. La risposta di Gesù è molto semplice: se un padre terreno, con tutti i difetti possibili, dà ai figli solo cose buone, a maggior ragione il Padre del cielo ai suoi figli darà beni ancora più grandi.
La preghiera, iniziata da uno stato di necessità e da un atto di fiducia in qualcuno più potente di noi, si sviluppa in una relazione di amicizia come fa quel tale del vangelo che deve far fronte a un arrivo improvviso: è tanto in amicizia con un amico da andare da lui di notte e svegliarlo per fare accoglienza a un terzo amico giunto di sorpresa.
Un tipico esempio di preghiera ci è descritto nei Promessi Sposi, quando Renzo cerca Lucia nel lazzaretto: “Quando fu appiè della cappella, andò a inginocchiarsi sull’ultimo scalino; e lì fece a Dio una preghiera o, per dir meglio, una confusione di parole arruffate, di frasi interrotte, d’esclamazioni d’istanze, di lamenti, di promesse: uno di que’ discorsi che non si fanno agli uomini, perché non hanno abbastanza penetrazione per intenderli, né pazienza per ascoltarli; non son grandi abbastanza per sentirne compassione senza disprezzo. S’alzò alquanto più rincorato” (cap. 36).
3. Il Padre del cielo darà lo Spirito Santo. La preghiera è una richiesta paziente, perseverante, lunga, fiduciosa, e saper pregare è un’arte che si impara con la pratica.
Non è fatta nei momenti di necessità e neppure per abitudine, ma procede dal cuore.
Non è circoscritta a determinati tempi e ore, ma fiorisce continuamente, notte e giorno. In questa unione intima, Dio e l’anima sono come due pezzi di cera fusi insieme, che nessuno può più separare.
Pregare non è imporre la nostra volontà a Dio, ma chiedergli di renderci disponibili alla sua, al suo progetto di salvezza. Pregare non significa voler cambiare Dio, ma è desiderio di cambiare noi, di avere un’anima di figli.
† Alberto



