Ottant’anni fa le bombe su Hiroshima e Nagasaki

Nel luglio 1955 il “manifesto” Einstein-Russell: “Trovate mezzi pacifici per risolvere le controversie”.

Il test “Ivy Mike”, prima esplosione di una bomba termonucleare, il 1° novembre 1952 nelle isole Marshall (da Wikipedia)

“In considerazione del fatto che in una futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi sono una minaccia alla sopravvivenza del genere umano, ci appelliamo con forza a tutti i governi del mondo affinché prendano atto e riconoscano pubblicamente che i loro obiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale e di conseguenza li invitiamo a trovare mezzi pacifici per la risoluzione di tutte le loro controversie”.
È questo il paragrafo conclusivo del famoso – ma spesso dimenticato – manifesto i cui estensori e primi firmatari furono Albert Einstein e Bertrand Russel e sottoscritto da una decina di premi Nobel per la Fisica, la Chimica e la Medicina e indirizzato a tutta l’umanità.

Il Memoriale della Pace a Hiroshima

Quel manifesto fu presentato settant’anni fa, il 9 luglio 1955, a Londra: la guerra fredda si apprestava a dominare il mondo, il padre della teoria della Relatività era morto da meno di tre mesi e toccò al filosofo e matematico inglese leggere il documento nella sala grande dello storico edificio nel quartiere di Westminster.
Si era, all’epoca, alla vigilia del decimo anniversario dei primi due (e ancora unici) impieghi bellici di una bomba atomica. Oggi quei giorni di inizio agosto del 1945 sono lontani ottant’anni, eppure mai come nel nostro presente un numero crescente di governanti lasciano intendere che l’enorme arsenale atomico pronto all’uso nei bunker di un pugno di Paesi in tutto il monto potrebbe essere utilizzato. Non importa dove: le conseguenze sarebbero così gravi da condannare tutta l’umanità.

“In una futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari… tali armi sono una minaccia alla sopravvivenza del genere umano”

Da sinistra:
Julius Robert Oppenheimer (1904 – 1967) responsabile scientifico del progetto Manhattan per la produzione della bomba atomica.
Enrico Fermi (1901 – 1954) nobel per la Fisica nel 1938, padre del primo reattore nucleare a fissione messo in funzione a Chicago nel 1942.
Andrej Sakharov (1921 – 1989) a capo del gruppo di scienziati sovietici che misero a punto la bomba H più potente mai sperimentata.

Poco dopo le 8 del mattino del 6 agosto 1945 il bombardiere degli Stati Uniti “Enola Gay” sganciò sulla città giapponese di Hiroshima la prima bomba atomica della storia, programmata per detonare a meno di seicento metri dal suolo.
L’esplosione cancellò all’istante più di 70mila persone, almeno altrettante morirono nei mesi successivi e ancora decine di migliaia negli anni a venire a causa delle radiazioni. Analisi compiute una ventina di anni fa hanno calcolato che sono stati almeno 200mila coloro che, pur sopravvivendo all’esplosione, si sono ammalati nei decenni successivi: sono gli hibakusha, “persone esposte alla bomba”.

La distruzione a Hisoshima dopo l’eplosione della prima bomba atomica sganciata dal B-29 degli Stati Uniti (da Wikipedia)

Gli Stati Uniti non si accontentarono: la mancata e immediata resa del Giappone fece prendere al presidente Truman la decisione di sganciare una seconda bomba. La scelta della città era caduta su Kokura, non lontano da Fukuoka, ma le cattive condizioni atmosferiche in quel 9 agosto spinse il comando statunitense a deviare la rotta del B-29 sulla vicina Nagasaki alla periferia della quale era un’importante zona industriale.
Qui, nella tarda mattinata, venne sganciato l’ordigno: la relativa distanza dal centro città fece sì che il numero delle vittime sia stato minore rispetto a tre giorni prima. Tra morti e feriti il bilancio immediato fu di circa 100mila morti: comunque terribile! La resa del Giappone e la conseguente fine della Seconda Guerra Mondiale (che in Europa si era conclusa da tre mesi) arrivarono una settimana dopo, il 15 agosto.
Negli anni seguenti la corsa alla “bomba” si intensificò: a ricerche ed esperimento di Stati Uniti e Unione Sovietica si aggiunsero prima quelli del Regno Unito (1952) e della Francia (1960); poi l’India a partire dagli anni Settanta seguita dal Pakistan e, ancora, da Israele e Corea del Sud.

I funghi atomici provocati dall’esplosione delle bombe a Hiroshina (a sinistra) e Nagasaky (da Wikipedia)

Oggi “Little Boy” e “Fat Man”, le due bombe atomiche sganciate sul Giappone, sarebbero polverosi pezzi da museo se paragonate alla potenza delle armi nucleari attuali.
Già fra il 1952 e il 1953 Stati Uniti e Unione Sovietica avevano sperimentato la “Bomba H”, un ordigno termonucleare dalla potenza inaudita, all’epoca tremila volte più devastante della bomba atomica sganciata su Hiroshima; e negli anni l’arma all’idrogeno si è ulteriormente “evoluta” proponendosi come concreto mezzo di distruzione di tutta l’umanità.

Una cattedrale cattolica a Nagasaki, distrutta dall’esplosione della bomba atomica (da Wikipedia)

Una competizione che negli ultimi anni ha ripreso slancio (è stato calcolato che nel solo 2024 siano stati spesi nel mondo più di 100 miliardi di dollari solo per questo tipo di armamenti) e dimostra quanto il “manifesto” Einstein-Russel sia stato, volutamente, dimenticato.
Albert Einstein, spaventato fin dal 1939 dai progetti di Hitler per la costruzione di una bomba atomica, aveva chiesto più volte al presidente Roosevelt di avviare un programma americano di ricerca, al quale tuttavia non collaborò mai.
Divenuta realtà, chiese poi con forza e ripetutamente che la bomba non fosse utilizzata e dopo l’esplosione sulle due città giapponesi si batté per anni per il disarmo nucleare, riassumendo il rischio nella famosa frase a lui attribuita “non so con quali armi verrà combattuta la terza guerra mondiale, ma la quarta verrà combattuta con clave e pietre”

Paolo Bissoli