Da Hiroshima a oggi: come il cinema ha raccontato l’olocausto nucleare

Da “Hiroshima mon amour” a “Oppenheimer” ecco sette film da non dimenticare

Il cinema è un ottimo strumento per raccontare un dramma come l’olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki, ma lo è anche per capire le conseguenze dello stesso. Molte sono state le pellicole che hanno affrontato il tema: ecco 7 titoli “irrinunciabili”, validi per una lettura da più punti di vista, non tradizionali, rispetto al mero evento catastrofico immediato.
Partiamo con Hiroshima mon amour (1959) di Alain Resnais, dove l’intimità di un amore fugace tra una donna francese e un uomo giapponese diventa il luogo della memoria collettiva. Il trauma della bomba emerge attraverso il linguaggio dell’interiorità, in un montaggio di corpi, silenzi e rovine, un viaggio lirico tra l’amore e la colpa. La frase “Tu non hai visto niente a Hiroshima” diventa un nodo universale sul difficile rapporto tra chi ricorda e chi osserva.
In Rapsodia in Agosto (1991), Akira Kurosawa (non può mancare il grande Maestro in questa carrellata, ancor più legata al suo paese) sceglie il silenzio come strumento di elaborazione del lutto. Una nonna sopravvissuta a Nagasaki ospita i suoi nipoti in un’estate che diventa passaggio di testimone generazionale. Non c’è spettacolarità, ma una dolcezza piena di dignità, che trasmette la ferita come eredità silenziosa.
Con Godzilla (1954) di Ishiro Honda, il cinema pop giapponese trova un modo nuovo e inquietante per elaborare il trauma: il mostro radioattivo che emerge dal mare è figlio delle bombe, allegoria vivente della devastazione. Le città distrutte, i corpi feriti, l’impotenza delle autorità riflettono la paura reale di un popolo che aveva appena vissuto l’impensabile. Quel film, all’apparenza semplice e, è in realtà una poderosa parabola postatomica.
Anni dopo, Stanley Kubrick affronta la medesima ansia da un altro fronte: Dottor Stranamore (1964) che già nel sottotitolo ci dice molto (Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba) è una commedia nera che mostra come la logica della deterrenza possa condurre, per assurdo, alla distruzione totale. L’ironia diventa grido disperato e il finale resta una delle chiusure più disturbanti e iconiche della storia del cinema.
L’ultima spiaggia (1959) di Stanley Kramer si colloca tra i primi grandi film occidentali ad affrontare la fine del mondo nucleare con spirito drammatico e rassegnato. Diventerà un modo di dire molto comune a riprova del profondo impatto sul pubblico e l’opinione pubblica. In un’Australia che attende la morte, mentre l’emisfero nord è già stato cancellato, l’umanità si interroga sul senso delle proprie azioni. È un film cupo, lento, impregnato di lutto, che riflette sul tempo che resta quando non c’è più nulla da fare.
Il discorso si evolve ancora in Sindrome cinese (1979) di James Bridges, dove la minaccia non è la guerra ma l’instabilità della tecnologia. Jane Fonda, Micheal Douglas e Jack Lemmon, guidano un thriller in cui l’incidente in una centrale nucleare rischia di scatenare il disastro. È la paura dell’energia atomica “pacifica”, figlia della sfiducia nata nel dopoguerram sulla quale la più recente esperienza per noi porta il nome di Chernobyl e Fukushima.
Chiudiamo con Oppenheimer (2023): non è un film su Hiroshima, ma un film che porta Hiroshima dentro, come spettro invisibile e ineluttabile. Christopher Nolan racconta la vita del fisico teorico che guidò il Progetto Manhattan, conducendo gli Stati Uniti alla costruzione della bomba atomica. È un biopic intellettuale e teso, che riflette sulle responsabilità della scienza, sul rapporto tra potere e conoscenza, sul prezzo della vittoria. Nolan costruisce una tensione crescente. L’assenza delle vittime anche se criticata da molti, è comunque simbolica, non è una rimozione: è un vuoto pesante, doloroso, che si insinua nella coscienza dello spettatore attraverso il senso di colpa e di condanna del protagonista.
Il finale, con le parole “Credo che abbiamo avviato una catena di eventi che potrebbe distruggere il mondo”, è il nuovo monito del XXI secolo che anche le tante tensioni di questi giorni con Russia ed Iran, ci dimostrano attuale.

Achille Fiorentini