Domenica 18 maggio – Quinta di Pasqua
(At 14,21b-27; Ap 21,1-5a; Gv 13,31-33.34-35)
Le letture di questa domenica da una parte ci esortano a vivere il comandamento nuovo, dall’altra ci mostrano come in un lento cammino la Chiesa nascente cerca e crea una propria configurazione.
1. Designarono in ogni Chiesa alcuni anziani. Finché gli apostoli erano in vita, erano il punto di riferimento per la vita della Chiesa. Alla loro scomparsa, la Chiesa cerca di organizzarsi in struttura stabile. Paolo e Barnaba, apostoli ma non nel numero dei Dodici, designarono in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo aver digiunato e pregato, imposero loro le mani.
Gli anziani sono i presbiteri, incaricati di rappresentare il collegio apostolico. Tra gli anziani pian piano si distacca la figura del vescovo come sorvegliante, come responsabile e referente rispetto alle altre Chiese, perché la democrazia è la forma di governo migliore quando c’è uno che è responsabile, altrimenti diventa anarchia.
2. La Gerusalemme nuova adorna come una sposa per il suo sposo. Nella Chiesa del futuro, nella Gerusalemme nuova che ci è descritta nella seconda lettura, non ci sarà più bisogno né di preti né di sacramenti, né di opere sociali, perché Dio sarà presente in tutto e in tutti.
Nell’attesa di questa Chiesa del futuro noi continuiamo, fin dove possiamo, a costituire presbiteri in ogni comunità, come hanno fatto Paolo e Barnaba, affinché ci siano testimoni dell’amore di Gesù. Noi lo facciamo perché siamo convinti della nostra missione e perché sentiamo l’obbligo di far conoscere al mondo il “comandamento nuovo”.
3. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli. Nell’attesa della Gerusalemme nuova, mentre facciamo l’esperienza dell’assenza corporale di Gesù, sentiamo la sua presenza mediante il dono dello Spirito, e sotto il suo impulso mettiamo in pratica il suo comandamenti, quello di amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati.
È l’amore interno della comunità cristiana che evangelizza, è nell’esercizio della carità che i cristiani crescono personalmente e offrono al mondo un segno visibile della presenza invisibile del Signore risorto.
“Guardate come si amano”, dicevano i pagani vedendo i primi cristiani, i quali venivano identificati per l’amore interno, così come Gesù aveva detto: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”.
Questo amore interno della Chiesa però non chiude i cristiani in una setta di eletti predestinati, ma li rende sensibili a tutte le persone che vivono in necessità.
Tutta la tradizione della Chiesa testimonia il suo amore preferenziale per i poveri con opere che sono manifestazione del primato della carità.
È proprio il vangelo della carità che richiede alle comunità cristiane di prendere in considerazione le povertà presenti o che si profilano nel prossimo futuro, unendo insieme le opere di misericordia corporale con quelle della misericordia spirituale
† Alberto



