È esplosa di nuovo la sete di violenza che opprime il Medio Oriente

L’attacco di Hamas ad Israele ha riacceso la miccia che può portare ad una nuova guerra

I razzi di Hamas colpiscono le città israeliane: è il 7 ottobre (Foto ANSA / SIR)

Due scene: una a Betlemme. Siamo in un negozio di articoli religiosi per acquistare ricordi di Terra Santa. Il gestore del negozio comincia a chiacchierare in un italiano scarno, ma comprensibile. Ad un certo punto chiede: “Com’è Gerusalemme?”. Aveva oltre 50 anni e non aveva mai visto Gerusalemme: “Io non posso uscire da Betlemme”, dice. L’altra nella piazza di Virgoletta. Un agente di scorta a un ex primo ministro d’Israele ospite della scrittrice Manuela Dviri, chiede: “Com’è Betlemme?”.
Betlemme dista poco più di 10 chilometri da Gerusalemme ma appartiene ai Territori dell’Autorità Palestinese. Così, per motivi opposti, il soldato israeliano non può andare a Betlemme e il negoziante palestinese non può andare a Gerusalemme.
Può sembrare una sciocchezza, ma fotografa una situazione di tensione costante tra le varie parti etniche che compongono la demografia di uno Stato che non ha mai visto la soluzione dei suoi problemi. Anzi, talvolta li ha alimentati.
Oggi la popolazione israeliana è composta da circa 10 milioni di abitanti, c’è tuttavia da tener conto che il 21% della popolazione (circa 2 milioni) sono arabi israeliani che alla costituzione dello Stato d’Israele hanno accettato la cittadinanza israeliana pur senza tutti i diritti degli altri cittadini.

Carri armati israeliani (Foto ANSA/SIR)

Ad essi vanno aggiunti i palestinesi della Cisgiordania (circa 6 milioni) e quelli della Striscia di Gaza (oltre 2 milioni con una densità di popolazione tra le più alte del mondo e per oltre il 50% composta da rifugiati delle guerre precedenti).
Con gli accordi di Oslo del 1993 si era cercato di definire i contorni di un autogoverno palestinese nella Striscia di Gaza e nella Cisgiordania. Ma ogni volta che si aprivano spiragli di dialogo scoppiava qualche attentato o si innescavano le famose ‘intifada’ provocate spesso da fazioni estremiste dell’una e dell’altra parte.
Nel frattempo, soprattutto nella Strisca di Gaza, data la sua delicata situazione, prendeva campo Hamas, la fazione islamica estremista che nel suo statuto ha la distruzione dello Stato di Israele.

Mappa di Israele (da Wikipedia)

È iniziato così un vero e proprio braccio di ferro tra le due parti. Dal 2008 ad oggi si contano tre guerre vere e proprie, nel 2012, 2014 e 2021, anche se ufficialmente la parola “guerra” non è mai stata pronunciata; fino ad arrivare agli attacchi di questi giorni. Si è pensato che tergiversare sulle situazioni rimandando a tempo indeterminato la definizione dei confini e delle competenze fosse una cosa intelligente.
Non mancano evidentemente le responsabilità delle diplomazie internazionali. In questi anni, tutti presi dalle ebollizioni dell’Isis, della Siria, dell’Ucraina, è si accantonata la questione palestinese, che da 70 anni alimenta le preoccupazioni internazionali per le sue implicazioni tra islam e occidente. Forse è anche a causa di queste “distrazioni” che Hamas, foraggiato da Iran e Qatar, istruito dagli Hezbollah, ha potuto preparare meticolosamente i suoi attacchi feroci e inumani.
Le scene delle stragi sono sotto gli occhi di tutti. Gli attacchi sono arrivati via terra, aprendo 26 squarci in quei reticolati che sembravano sicuri, e via aria con deltaplani, ma anche via mare. I morti accertati sono attualmente oltre 700, ma il numero sale ogni ora e molti sono i dispersi.
La malvagità dell’azione è stata pubblicizzata con video che evidenziano l’efferatezza della violenza su gente inerme: bambini, donne, anziani. Un’azione preparata in modo meticoloso, con l’idea di darle il massimo della visibilità, visto l’attacco vigliacco al rave nel deserto dove sono stati uccisi 260 giovani.
Con gli oltre 5.000 razzi lanciati su varie città Hamas ha voluto anche far sapere che in Israele nessuno può ritenersi al sicuro. C’è da notare che l’azione terroristica ha colpito, per ora, pochi soldati, ma civili, gente inerme.
Netanyahu ha dichiarato lo stato di guerra. Tutti i Paesi occidentali si sono schierati dalla parte israeliana, ma vari Paesi arabi hanno solidarizzato con Hamas. Ci sono poi Paesi come la Russia (se non fosse un momento tragico ci sarebbe da ridere!), la Cina, la Turchia, l’Arabia saudita, l’Egitto che fanno appello per una de-escalation per evitare la guerra. Ma anche se ci sarà una guerra, che sicuramente vedrà vincitore Israele anche senza le armi che gli Usa si stanno affrettando a inviare, quei territori resteranno sempre una polveriera pronta ad esplodere.
Tutti oggi si stringono attorno a Netanyahu, ma non si può dimenticare che da mesi il premier è contestato per una riforma della Costituzione che vuole asservire la giustizia al governo (anche per salvarsi da processi per lui pericolosi). È cosa che non piace alle opposizioni, ma soprattutto ai palestinesi.
È stato un errore anche mettere alle corde Abu Mazen, teorico presidente dei palestinesi imponendogli troppi insediamenti di coloni in Cisgiordania, indebolendo così la sua autorità fin quasi a renderla nulla.
Se si vuole veramente abbattere il terrorismo non bastano le armi, è necessario anche isolarlo togliendogli l’humus di cui si alimenta, dando diritti concreti a chi spettano.

Giovanni Barbieri