Verità, giustizia, amore, libertà: questi sono i  pilastri della pace

L’11 aprile 1963, con la “Pacem in Terris”, Giovanni XXIII affidava “un compito immenso” a tutti gli uomini di buona volontà

Aprile 1963: Papa Giovanni XXIII firma l’enciclica “Pacem in Terris” (foto da Wikipedia)

La Dottrina Sociale della Chiesa ha conosciuto storicamente fasi alterne; esiste infatti il problema della sua definizione: cosa è? Giovanni Paolo II la ritiene l’insieme degli orientamenti ispirati al Vangelo, che dovrebbero servire al cristiano per la sua presenza e azione professionale socio-economica e politica. La storia mostra un progressivo ampliamento di temi relativi alle situazioni storiche e culturali.
La Rerum novarum (Leone XIII, 1891) si era soffermata sulla condizione operaia; la Quadragesimo anno (Pio XI, 1931) sulla “giustizia sociale” all’interno del sistema socio-economico; Giovanni XXIII e Paolo VI apriranno alle problematiche dell’intero globo, con l’acuta consapevolezza degli squilibri esistenti tra Nord e Sud del mondo. In questo si colloca l’apertura al tema della pace e della guerra, anticipato da Benedetto XV, ripreso da Giovanni XXIII e Paolo VI, sino ai temi dell’ambiente con la Laudato si’ di Papa Francesco.
Purtroppo si assiste oggi alla presa di distanza in ordine alla educazione verso il mondo professionale e politico da parte dei cristiani diventati timorosi, con il rischio di ridurre la fede a devozione privata, in sacrestia, senza pretese di ricadute politiche. Vale la pena ricordare quanto affermato da Papa Francesco al convegno ecclesiale di Firenze (10 novembre 2015): “Vi chiedo di essere costruttori dell’Italia, di mettervi al lavoro per una Italia migliore, non guardate dal balcone la vita, ma impegnatevi, immergetevi nell’ampio dialogo sociale e politico”.
In quest’ottica, rileggere la Pacem in terris non significa fare memoria di un passato ma comprendere oggi il grave problema della guerra per ridare al messaggio di Giovanni XXIII il suo peso critico, carico di speranza, nel mondo contemporaneo.
La pace è un tema da sempre presente nel Magistero della Chiesa ma solo dalla prima guerra mondiale è diventato centrale con Papa Benedetto XV: “Siamo animati dalla cara e soave speranza […] di giungere così quanto prima alla cessazione di questa lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage” (Lettera ai Capi dei popoli belligeranti, 1 agosto 1917). Giovanni XXIII, con novità, non si rivolge più solamente ai capi di Stato, ma a tutti, anche ai non credenti, con l’espressione “uomini di buona volontà”: la pace impegna tutti, credenti e non!
Per il Pontefice i pilastri della pace sono quattro: la verità, la giustizia, la solidarietà, la libertà. Si afferma: ”I rapporti fra le comunità politiche vanno regolati nella verità. La quale esige anzitutto che da quei rapporti venga eliminata ogni traccia di razzismo; e venga riconosciuto il principio che tutte le comunità politiche sono uguali per dignità di natura” (n. 49). E ancora: “I rapporti fra le comunità politiche vanno inoltre regolati secondo giustizia: il che comporta, oltre che il vicendevole riconoscimento dei diritti, l’adempimento dei rispettivi doveri” (n. 51).
L’enciclica aggiunge: “Ma quei rapporti vanno pure vivificati dall’operante solidarietà attraverso le mille forme di collaborazione economica, sociale, politica, culturale, sanitaria, sportiva: forme possibili e feconde… la ragion d’essere dei poteri pubblici… è quella di attuare il bene comune” (n. 54). Tra i criteri il tema della libertà: “I rapporti tra le comunità politiche vanno regolati nella libertà. Il che significa che nessuna di esse ha il diritto di esercitare un’azione oppressiva sulle altre o di indebita ingerenza. Tutte invece devono proporsi di contribuire perché in ognuna sia sviluppato il senso di responsabilità, lo spirito di iniziativa e l’impegno ad essere la prima protagonista nel realizzare la propria ascesa in tutti i campi”. (n. 64). L’enciclica, inoltre, si apre dichiarando che la guerra è frutto e causa del disordine.
La pace non è solo assenza di guerra, ma libertà dell’ordine e opera della giustizia (S. Agostino). Un’enciclica senza condanne, dove si rilancia il tema del bene comune come fine dell’azione politica. Essa conferma la preferenza per i sistemi democratici, definendoli come non contrastanti il principio della derivazione da Dio di ogni autorità, ponendo fine alla sacralizzazione del potere monarchico: “…per il fatto che l’autorità deriva da Dio, non ne segue che gli esseri umani non abbiano la libertà di scegliere le persone investite del compito di esercitarla” (n. 31).
Giovanni XXIII auspica un’autentica azione di governo mondiale, da parte dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, per giungere al “bene comune universale” dove l’autorità politica promuove il grande bene della pace, che si fonda sui diritti della persona umana (n. 73). Due sono le novità presenti nell’enciclica: l’attenzione ai “segni dei tempi” e la distinzione fra “errante” ed “errore”; cioè fra le “idee errate”, che restano tali, e l’evoluzione che opera all’interno delle persone, modificandole nel tempo. Tutto questo pone al centro della Chiesa la “persona” più che l’ideologia; si apre così il tempo conciliare del “dialogo” e della “pace” con tutti.

Don Pietro Pratolongo