Il Venerdì Santo in cui in Irlanda del Nord  il dialogo prevalse sul conflitto armato

25 anni fa la pace tra Irlanda e Regno Unito che mise fine a trent’anni di guerra civile

Ritratto di Bobby Sands in un murale a Belfast

Una pace che nemmeno il complesso rebus della Brexit è riuscito a scalfire. 25 anni dopo la stipula, avvenuta a Belfast il 10 aprile 1998, gli accordi del Venerdì Santo, che posero fine a 29 anni di guerra civile in Irlanda del Nord e ad una scia di 3.600 morti, dimostrano che il negoziato può far nascere una convivenza pacifica e duratura che sconfigge la logica della guerra.
Eppure quella tra Gran Bretagna e unionisti dell’Ulster da una parte e repubblicani nordirlandesi e Repubblica d’Irlanda dall’altra sembrava una pace impossibile da raggiungere. “Non si tratta con l’aggressore fino al suo ritiro” fu per lungo tempo la tesi maggioritaria all’interno dell’IRA, l’esercito paramilitare degli indipendentisti cattolici nord irlandesi, che chiedeva il ritiro delle forze armate di Sua Maestà Britannica, che fin dal 1971 erano accorse a difesa degli unionisti.
Con le armi – iconica fu la repressione attuata nella “Bloody Sunday” del 30 gennaio 1972, con 13 manifestanti pacifici uccisi a Derry -, i presidi militari nei centri a maggioranza cattolica e il malcelato sostegno alle milizie protestanti, il governo di Londra perpetuava la condizione di palese discriminazione a cui i cattolici delle 6 contee unite alla Gran Bretagna erano sottoposti fin dal 1923, l’anno della divisione dell’isola irlandese in due entità politiche, l’Eire e l’Ulster.
Fu l’abilità politica di Gerry Adams e Martin McGuinness, strateghi dell’IRA e leader del Sinn Féin, il partito indipendentista, a portare progressivamente i paramilitari dalle bombe alla trattativa con quei britannici che in Irlanda esercitavano dai tempi di Enrico VIII un colonialismo che resisteva alla fine dell’Impero. “Non si tratta con i terroristi” fu, dall’altro canto, la linea politica di Downing Street fin dall’inizio dei troubles.

Murale su un edificio di Londonderry, nell’Irlanda del Nord

Margareth Thatcher ne fu inflessibile interprete. Quando, nel 1981, alcuni prigionieri irlandesi intrapresero uno sciopero della fame, la Lady di ferro fu irremovibile: nessuna concessione a quelli che considerava criminali comuni e non prigionieri politici, nemmeno quando per Bobby Sands – il leader degli scioperanti nel frattempo eletto alla Camera dei Comuni – si mosse addirittura Giovanni Paolo II.
Con Sands, mai giudicato colpevole di atti di sangue, morirono altri 8 repubblicani: martiri creati dal pugno duro di Thatcher e che contribuirono all’ingrossamento delle file dell’IRA. Soltanto con il primo ministro Anthony Blair, nel 1997, e con la mediazione degli emissari di Bill Clinton, attento agli umori della folta comunità irlandese negli Stati Uniti, il governo di Londra comincerà un coraggioso e difficile negoziato con i partiti politici nordirlandesi e con il governo di Dublino e una trattativa segreta per il cessate il fuoco con l’IRA, che sfocerà nello storico accordo del Venerdì Santo.
L’intesa fu anche la vittoria dei pacifisti, considerati privi di realismo politico fin dai tempi della prima marcia non violenta per i diritti civili, che il 4 gennaio 1969 a Burntollet Bridge fu repressa dalle aggressioni, tollerate dalla polizia di Belfast, dei paramilitari unionisti del reverendo protestante Jan Paisley.
Gli accordi del 1998 sancirono la vittoria di John Hume, il leader cattolico del partito socialdemocratico dell’Irlanda del Nord, da sempre attivo per la rivendicazione non violenta dell’autonomia da Londra, e di padre Alec Reed, sacerdote redentorista cattolico, che per anni con perseveranza tenne i contatti i segreti tra Adams e Hume per portare la lotta repubblicana dal piano militare a quello politico.
A distanza di 25 anni, si può dire che l’accordo ha retto alla prova dell’autogoverno dell’Irlanda del Nord condiviso da repubblicani e unionisti, alle incertezze relative al disarmo dell’IRA e alle tensioni scaturite dal complicato accordo della Brexit, dimostrando la solidità di un processo di pace che ha messo a tacere le armi.

Davide Tondani