Eternità

Domenica 6 novembre – XXXII del tempo ordinario
(2Mac 7,1-2.9-14 – 2Ts 2,16-3,5 – Lc 20,27-38)

Una bellissima storia di sterilità. Satira pungente quella dei sadducei: una moglie che accompagna alla morte sette mariti senza lasciare figli. Una donna che muore, alla fine, sterile. Storia geniale che diventa occasione per deridere l’idea di una vita futura ed eterna, quella che Gesù stava cercando di narrare: con quale marito risorgerà la moglie? Satira. Ma quando la satira è pungente svela la verità. E vanno ringraziati i sadducei che, inconsapevolmente, svelano la sterilità che abita ognuno di noi.
La sterilità dei nostri tentativi di opporci alla morte imponendo discendenze: ma mettiamo al mondo sempre e solo vite a termine, storie che iniziano a morire nel momento stesso in cui emettono il primo vagito, l’eternità non passa dall’imposizione della discendenza, alla fine possiamo tramandare solo un nome, ma cosa è un nome se non l’involucro vuoto di una storia che non sopravvivrà nemmeno alla memoria? L’eternità non passa dalla discendenza imposta nemmeno se nascessero figli, l’eternità passa invece da una sterilità custodita e ad accolta. La sterilità di chi vive la vita come Segno, come rimando a una pienezza che sarà. La sterilità di chi sente di non possederla fino in fondo la vita, di chi vive il tempo come un dono e accoglie ogni respiro con gratitudine. Sterilità di chi vive la precarietà del viandante, cammino lieve, soffio sapienziale. Essere un segno, dell’Infinito, ma sempre e solo un segno. Perché tutta la realtà non è altro che un Segno dell’Eterno. Quando amiamo e siamo amati sussurra in noi l’Eterno: la nascita di un bambino, un gesto di perdono, una lacrima, la ruga di un vecchio, l’ultimo respiro, ogni nostalgia, la bellezza della poesia: tutto l’Amore è Segno dell’Eternità. Quando i nostri gesti non narrano l’Eterno Amore siamo già morti, qui, adesso, è già inferno. Gesù ci chiede di liberarci dall’ossessione di imporci sulla vita, dalla pretesa di lasciare il segno del nostro passaggio per imparare a diventare noi segno dell’Amore, segno dell’Eterno che chiede di raccontarsi in noi, segno del Suo Passaggio: Pasqua.
Vivere precari e leggeri facendo esperienza dell’Amore che qui e ora parla già la grammatica dell’Eterno, la resurrezione si impara amando. Entrare nella logica del segno, fragile eppure così luminoso, ci permette di non pretendere più nulla, passare dalla pretesa, che è atteggiamento violento di chi prende (“prendono moglie e prendono marito”), alla logica dell’accoglienza (“…degni della vita futura e della resurrezione non prendono né moglie né marito”). Accoglienza delle mie e altrui debolezze, siamo solo segno dell’amore non siamo l’Amore. Ma anche accoglienza senza pretesa della realtà: la mia famiglia, la mia comunità, la mia chiesa… non può essere perfetta. Chiedere alla storia di essere segno di Altro, che non si appiattisca sul presente, che mi regali, anche solo per brevi spazi, il Suo volto, il resto è imperfezione da accogliere con misericordia.

don Alessandro Deho’

Share This Post