Domenica 13 febbraio – VI del Tempo Ordinario
(Ger 17,5-8 – 1 Cor 15,12.16-20 – Lc 6,17.20-26)
Gesù scende, con i Dodici, scende. Lascia le vette e si immerge nella pianura dell’umanità. Luca non parla di un discorso della montagna ma di parole che, come meteoriti, sassi infuocati, raggiungono il cuore dell’umanità. Di tutta l’umanità: folla, discepoli, Giudea, Gerusalemme, Tiro e Sidone. Le parole arrivano nel cuore della pianura. Spazio aperto, senza confini che chiudono lo sguardo, luogo di raccolta di ogni esperienza umana.
Scende Gesù, scende con la parola, scende nel mondo. Le beatitudini sono, in prima battuta, parole fatte esplodere nel mondo così com’è. Non sono parole per pochi, sono parole per tutti.
Guardate i poveri dice Gesù, guardateli adesso e guardateli sempre, non escano mai dal vostro campo emotivo. Guardate i poveri perché sempre ci saranno ma, insieme a me, guardate anche la presenza di Dio accanto a loro. Ecco il passaggio rivoluzionario. Non dice Gesù di guardare i poveri per beatificare la povertà in quanto tale ma per mostrare che Dio Padre accanto ai poveri c’è. Povera era Maria, poveri i pastori, poveri i discepoli, povero Gesù stesso: poveri perché bisognosi di Dio.
Questo è lo scandalo delle beatitudini: scandalo è Dio. Se tolgo Dio le beatitudini sono parole senza senso, bestemmie del vivere quotidiano. Non ci spiega la povertà Gesù, la riconosce ma dice anche che il povero, proprio perché bisognoso, troverà felicità nel sentire che Dio è accanto a lui. Accanto, in condivisione della povertà. Un Dio apparentemente inutile se si crede che la felicità abiti nella ricchezza…un Dio indispensabile se si crede che la felicità sia incontrare Dio.
Gesù guarda il mondo e vede la fame, non la beatifica, ma assicura che dove c’è un uomo affamato Dio è accanto a lui. Dio è nell’umanità affamata di cibo, di senso, di giustizia, di amore. Dio sboccia nella fame come fiore nel deserto. Felici gli affamati non per il dolore della mancanza ma per la possibilità di trovare un Dio affamato della loro felicità. Felice chi piange non perché la gioia abita nelle lacrime ma in un Dio che non lascia cadere invano il dolore. Felice chi è odiato perché Dio è il Dio che consola. Mi pare proprio che le beatitudini non costruiscano il mondo ideale ma partano dal mondo reale per testimoniare che la felicità è sentire accanto a sé Dio. Accanto a sé in questo mondo e in questo tempo.
don Alessandro Deho’



