Giornata del Malato: segnale di affettuosa vicinanza

Correva l’anno 1992 quando Papa Giovanni Paolo II, oggi Santo, istituiva la Giornata mondiale del Malato per dare un segnale di incoraggiamento e di affettuosa vicinanza a chi vive la malattia in prima persona ed ai suoi famigliari.
Da allora, ogni anno, l’11 febbraio, festa della Madonna di Lourdes, siamo chiamati ad esercitare la carità cristiana e la morale civile nei confronti degli ammalati. La vita è fatta per la gioia, ma la sofferenza appartiene al mistero dell’uomo, ed è tanta. A volte è clamorosa, manifesta, gridata e si impone persino sui mass-media. Molto più spesso è silente, nascosta e si consuma nell’ombra come ad esempio per chi ha perso uno scopo per vivere trascinando i giorni nella nebbia della solitudine.
“Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso” ha titolato, per l’anno in corso, Papa Francesco la 30esima suddetta giornata. Una frase evangelica forte che non può lasciare indifferente nessuno. Parole che acquistano un significato ancora più marcato per il mondo degli operatori sanitari, ad ogni livello, del Volontariato, per le famiglie che vivono il dramma della malattia. Persone che, alla professionalità, aggiungono sensibilità, umanità, dedizione trasformando tali valori in encomiabile missione. I progressi della ricerca scientifica permettono, oggi, percorsi terapeutici di enormi benefici per sconfiggere o curare le tante patologie.
Se la sofferenza può essere alleviata, lungi dall’accanimento terapeutico, va alleviata. Al malato vanno applicate, con umanità e sapienza, tutte le cure possibili, nella consapevolezza che il malato è sempre più importante della malattia e portatore di una intangibile dignità. Per cui non si può prescindere dall’ascolto del paziente, della sua storia, delle sue fragilità punteggiate di paure.
Eppoi chi soffre non va lasciato solo. L’amicizia, la compagnia, l’affetto solidale… possono fare molto per rendere più sopportabile una condizione di dolore: fisico e psicologico. Nel dilagare della cultura dello “scarto”, urge recuperare il valore della vita e sostenerla dall’inizio alla fine. Essa è un bene inviolabile e indisponibile per cui mai possono essere legittimate le “scorciatoie” che rendono l’uomo simile ad un oggetto, a una merce, ad un ingombro.
La strada da percorrere è quella della ricerca, moltiplicando gli sforzi per combattere le patologie, anche se, non sempre è possibile garantire la guarigione. Mai, però, abbandonare la speranza, anzi comunicare che la vita rimane dono anche in una carrozzella o in un letto. Certamente la via della sofferenza si fa meno impervia se consapevoli dell’enorme valore dell’assistenza materiale e spirituale perché, come conclude Papa Bergoglio, il “ministero della consolazione è compito di ogni battezzato, memore delle parole del Risorto “Ero malato e mi avete visitato”.

Ivana Fornesi