I paradossi di Draghi

“Il Presidente del Consiglio dei Ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile”: è l’articolo 95 della Costituzione ad assegnare al capo dell’esecutivo il ruolo di guida politica del governo del Paese; Mario Draghi dovrebbe rappresentare la quintessenza di ciò: in un quadro in cui la prolungata crisi dei partiti ha prodotto frammentazione, trasformismo e il precipitare della credibilità del ceto politico, il banchiere romano è arrivato a Palazzo Chigi invocato, per certi versi imposto, dai più influenti gruppi di interesse che agiscono in Italia e sull’Italia proprio per il suo profilo di tecnico, il prestigio internazionale e un sostegno parlamentare quasi unanime.
Il modo in cui Draghi sta affrontando i temi politicamente più spinosi mostra tuttavia un primo paradosso: quello di un capo del governo nelle condizioni ottimali per esercitare in modo pieno il ruolo che la Costituzione gli assegna, che però opta per non decidere. La revisione degli estimi catastali si farà, ma non produrrà una diversa tassazione degli immobili. La riforma fiscale è ancora un contenitore vuoto. La riduzione delle imposte è stata finanziata, ma sarà il Parlamento, non il governo, a darle forma. Il disegno di legge sulla concorrenza si è fermato, ancora una volta, davanti agli stop di notai, farmacisti, concessionari di spiagge. Il tema delle pensioni delle attuali giovani generazioni non viene affrontato.
Perché un Presidente del Consiglio forte come pochi altri prima di lui si limita a mediare, rimandare, ottemperare solo formalmente alle richieste europee – le 23 riforme pattuite con la UE per il 2021 in cambio dei soldi del Pnrr – congelando o rafforzando un impianto economico-sociale liberista che ha prodotto le debolezze strutturali messe a nudo dalla pandemia?
Una spiegazione potrebbe risiedere nel ruolo di garante internazionale del debito pubblico italiano che Draghi dovrà mantenere fino al 2023: anno di fine della legislatura ma anche, nell’auspicio di molti a Bruxelles, del ritorno alle politiche del rigore dopo la parentesi Covid. Oppure, il Presidente del Consiglio ambirebbe ad essere eletto a Capo dello Stato, ipotesi che non ha mai pubblicamente smentito, per lasciare ad un suo fedelissimo, con un’inquietante forzatura costituzionale, l’esecuzione della sua agenda.
In entrambi gli scenari per Draghi è strategico non entrare in rotta di collisione con le forze politiche della sua composita maggioranza e con i gruppi di interesse che lo sostengono. C’è però un costo, non trascurabile, che il Paese si troverebbe a pagare: la prolungata sospensione della dialettica politica e il conseguente svuotamento della democrazia che – secondo paradosso – rafforzerebbero quel populismo antisistema che proprio il governo Draghi avrebbe dovuto archiviare.

Davide Tondani

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