Settecento anni fa moriva Dante Alighieri

Il Sommo Poeta si spegneva a Ravenna la mattina del 14 settembre 1321 per la forte febbre malarica

Firenze, Basilica di Santa Croce, il “Cenotafio di Dante Alighieri”, di Stefano Ricci (1818-1829)

Nelle prime ore del 14 settembre 1321 una forte febbre malarica stroncava a 56 anni la vita di Dante Alighieri, da 19 anni esule dall’amata Firenze, che gli aveva dato cultura, poesia, amicizia, amore, famiglia e impegno politico. Fu proprio la politica la causa prima che lo cacciò fuori del bello ovile diviso dall’odio delle fazioni. Nel 1301 i guelfi neri, con la complicità del papa e dei soldati di Carlo di Valois finto pacificatore, presero il potere e la parte bianca fu perseguitata. Dante in contumacia fu accusato di baratteria e turbamento della pace in città, condannato a una multa, a due anni di esilio e esclusione perpetua dagli uffici.
Poiché per rispetto di sé stesso non si presentò a pagare la multa essendo senza colpa, il 10 marzo fu condannato a essere bruciato vivo fino a morire (usque moriatur), se fosse stato trovato dentro il territorio comunale fiorentino e un ulteriore provvedimento condannò all’esilio i tre figli Pietro, Jacopo e Antonia appena avessero conseguito a 14 anni la maggior età. Non c’era altra via che andar mendicando il pane altrui in un doloroso peregrinare per le parti quai tutte a le quali questa lingua si stende. Sono scarse le notizie sicure dei luoghi dove fu ospitato: certamente fu in Lunigiana, in Casentino, a Verona e Ravenna fu l’ultimo suo rifugio offerto dalla generosa ospitalità del guelfo Guido Novello da Polenta.

Dante Alighieri (1265 – 1321)

Nel tempo del dolore Dante, uomo di fazione politica, approda a una visione di ordine e di pace universale, matura le sue convinzioni morali, allarga la sua cultura filosofica e teologica, ma il prodigio più alto è la potenza dell’ispirazione poetica che illumina l’ineffabile armonia della Commedia, così bella da farla dire “divina” dal Boccaccio.
Negli anni dell’esilio il viaggio interiore lo ha portato dalla selva oscura alla luce di Dio piena d’intelletto e d’amore. L’ammirazione per la spirituale e poetica visione dell’uomo, nella sua storia personale e nella storia del mondo, si manifestò subito fra i contemporanei di Dante, i figli Jacopo e Pietro furono i primi fra i numerosi commentatori della Commedia: disponevano dell’autografo o di una copia del manoscritto? Di nessuna opera dantesca possediamo gli originali, non si sa dove e quando siano spariti, certamente nel Trecento circolavano più copie e la grande opera di Dante acquistava fama e diffusione per forza di poesia e vastità di dottrina.
Dante però non ha sempre goduto dell’ammirazione che noi oggi gli riconosciamo, dimostrata anche dalle tante iniziative per onorarlo nel settimo centenario della morte.
Le correnti preumanistiche che affermavano la superiorità del latino sulla lingua volgare tendevano a svalutare la Commedia scritta nella lingua del popolo (vulgus),un pregiudizio, ancora oggi duro da estirpare, che porta a giudicare “barbaro” il linguaggio e “gotico” lo stile delle arti figurative del Medioevo visto come una lunga e buia età di mezzo tra l’armonia dei classici e i loro originali imitatori dell’Umanesimo e Rinascimento. Pietro Bembo alla corte di Urbino si fa “dittatore letterario” e impone per le opere in prosa modello il Boccaccio e in versi il Petrarca.
Ancor più in ombra fu messo Dante nell’età barocca che col gusto della metafora ingegnosa ha scarso interesse per la poesia dantesca. Dante non fu amato neppure dal Settecento illuminista, sensista e razionalista. È il Vico che per primo riconosce Dante grande creatore di civiltà, poi l’Alfieri e i romantici esaltano la forza e il valore della Commedia interpretata in armonia stretta con gli ideali del Risorgimento. In Lunigiana analogo è il percorso della fama data a Dante: citazioni e analisi sporadiche sono presenti nel passato, ma è dalla fine dell’Ottocento che compaiono studi condotti con la serietà del metodo storico dal gruppo della Giovane Apua e da singoli studiosi.
Sono le celebrazioni dantesche a Sarzana nell’anniversario della pace di Castelnuovo negoziata da Dante per procura dei Malaspina e il Convegno a Mulazzo del 23 settembre 1906 a dare impulso a studi danteschi più ampi e più precisi.

Maria Luisa Simoncelli

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