Dante: l’investitura profetica

3. L’esame sulla Carità

Filippo Lippi, San Giovanni Evangelista (1432-34)

In conclusione al canto XXV e in quello successivo compare l’apostolo Giovanni che esaminerà la virtù della Carità nel poeta Dante. L’intervento di Beatrice è ricco di riferimenti biblici (Gv. 13,23) e di immagini dal bestiario medioevale. “Questi (Giovanni) è colui che giacque sopra ‘l petto / del nostro pellicano, e questi fue/ di sulla croce al grande officio eletto”.
Alla luce del salmo 101,7: “sono simile al pellicano del deserto”, e della leggenda medioevale, che vuole che questo animale si ferisca il petto per far riprendere vita ai propri pulcini morenti divenne un simbolo cristologico ed eucaristico ancora oggi utilizzato nel simbolismo liturgico. Il pellicano simbolo della gratuità di Cristo che dona il suo sangue per noi apre il discorso sulla carità, di cui Gesù è il modello supremo.
Giovanni sarà definito “l’aguglia di Cristo”; l’aquila che può guardare con gli occhi il sole come ritenevano i naturalisti medioevali. Circolava nel medioevo la diceria che anche il corpo di Giovanni fosse stato assunto in cielo come Gesù e Maria ma l’apostolo precisa che: “in terra è il mio corpo…”. Giovanni confermerà l’investitura: “e questo apporterai nel mondo vostro” ma è S. Pietro a dare l’ultima e definitiva conferma. (XXVII,64ss).
La luce di Giovanni colpisce gli occhi di Dante, come quella di Cristo colpì Paolo sulla via di Damasco, si ripete il modello paolino per sottolineare l’abbagliamento davanti allo splendore dei beati. Dante si riprende dall’abbagliamento grazie a Beatrice la quale: “ha ne lo sguardo/ la virtù ch’ebbe la man d’Anania”(cfr. Atti 9,10-19).
Come per Paolo, grazie agli occhi di lei, la vista sarà più forte: “onde mei (meglio) che dinanzi vidi poi”. Abbiamo il parallelo: Anania-Beatrice e S. Paolo-Dante. (Inoltre S. Paolo aveva avuto proprio dai tre Apostoli il suo riconoscimento e mandato missionario, cfr. Galati 2,9-10 così per Dante).
Risulta evidente la volontà del poeta di essere autorizzato da tutti e tre gli Apostoli più amati da Gesù. Questo processo si perfezionerà nell’empireo per prepararlo alla visione suprema dove la luce di Dio avvolgerà, accecherà ma rinnoverà la vista: “di novella vista mi raccesi/ tale, che nulla luce è tanto mera, / che li occhi miei non si fosser difesi”.
Alla domanda sulla Carità Dante risponde che la ragione e la Rivelazione lo hanno spinto ad amare Dio, la ragione con gli argomenti, la Rivelazione con l’autorità della Bibbia, perché il bene, in quanto bene, una volta conosciuto accende del suo amore, ed è tanto più grande, quanto più esso racchiude bontà.
Dio è il sommo bene e va amato in quanto ogni altro bene è sempre un riflesso di Lui: “Dunque all’essenza, ov’è tanto avvantaggio/ che ciscun ben che fuor di lei si trova/ altro non è che un lume di suo raggio”.

don Pietro Pratolongo

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