E allora mi accorgerò

Domenica 4 ottobre – XXVII del tempo ordinario
(Is 5,1-7; Fil 4,6-9;  Mt 21,33-43)

37vangeloGesù racconta quella parabola, che è di una violenza inaudita, e poi interroga i capi dei sacerdoti: “quei malvagi li farà morire miseramente e darà in affitto la vigna ad altro contadini…”, dicono loro, e allora capiamo dove è il cuore vero della parabola. Se devi narrare l’ingratitudine dei vignaioli arrivi subito al punto ma se devi narrare il dramma della violenza che ci abita allora sì, devi descrivere, e devi farlo piano, e devi farlo bene. Il Signore della vita e della vigna non farà mai morire miseramente nemmeno il più violento dei suoi figli, perché ha imparato cosa vuol dire amare e curare una vigna. Al cuore della parabola c’è questa urgenza di denunciare la violenza che ci umilia come uomini, c’è l’urgenza di raccontarci cosa non abbiamo ancora imparato, cosa ci manca, dove dobbiamo passare, quale strada percorrere per non diventare tristi omicidi come i vignaioli e i capi dei sacerdoti.
E allora lo capisci perché la parabola parte da lontano. Perché l’unica cosa che dovevano fare i contadini era: imparare dalla vigna. Se avessero imparato ad ascoltarla la vigna avrebbero capito che ogni chicco d’uva stava ringraziando per la dolcezza della terra, la cura della siepe, l’altezza della torre e la forza del torchio. E quello era già il cuore prezioso della vita.
Leggendo questa parabola ci sono alcune cose che mi piacerebbe imparare prima di morire. E la prima è: lo stile dell’uomo che pianta la vigna. Il suo stile di vita è bellissimo e l’impressione è che sia il segreto per attraversare la storia bene. Amare un pezzo di mondo, procedere per cura, avere occhi visionari e sapere anche andare via quando è il momento. Più leggo quell’inizio di parabola e più sento che è un modo giusto di vivere la vita. Se vivi così impari il suono del mondo, il suono profondo delle cose, abiti il presente con grazia e consapevolezza. E gratitudine.
La seconda cosa è che più leggo questa parabola più mi viene da abbassare la voce e smorzare i toni e ammorbidire il linguaggio evitando ogni parola spigolosa. C’è tanta pace nel sogno di quest’uomo che mi sembra un invito a praticarla. Mi pare che ci dica che non c’è verità se non c’è pace profonda e lentezza e tenerezza. La terza cosa è la sicurezza che se non imparerò a vivere così morirò arrabbiato e risentito, come se qualcuno mi avesse scippato la bellezza della vita, e io non voglio morire arrabbiato. E poi c’è un’ultima cosa. Sento che il giorno che riuscirò a fare il giro largo della parabola, a imparare l’arte della scelta, della cura, della siepe e del torchio, io mi innamorerò di ogni manifestazione della vita. Di tutte. Anche di quello che gli altri chiamano “scarto”.

don Alessandro Deho’

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