Voto e democrazia

elezioni_comunaliDopo i rinvii dovuti alla situazione che stiamo vivendo, siamo quindi giunti al momento che viene definito l’essenza stessa della democrazia: il voto concreto dei cittadini. Di tutta l’Italia per quanto riguarda il referendum, di 7 regioni e poco più di un migliaio di comuni per le elezioni amministrative.
Non è cosa da poco, se si pensa allo stillicidio di sondaggi e di dichiarazioni da campagna elettorale – l’abbiamo scritto tante volte: “permanente” – che ormai esondano da qualsiasi giornale, sia esso stampato o tele-radio trasmesso. Per non parlare dei talk show, molto più frequentati da certi politici delle aule istituzionali. Sondaggi, questo è il peggio, che dovrebbero rilevare l’orientamento della gente ma che spesso sono usati per orientarne le scelte e qui nessuno ormai si salva.
La parola, quindi, – o meglio la matita copiativa – agli elettori, per decantare la loro perspicacia se hanno espresso un voto per la parte “giusta” e a dire che “non siamo riusciti a farci capire” se accade il contrario. Dalle urne usciranno, comunque, sentenze inappellabili prima dei 5 anni canonici di scadenza naturale.
In realtà, l’appuntamento elettorale con il voto dovrebbe essere solo un momento del più ampio panorama politico di un Paese, mentre da qualche anno a questa parte a mancare è proprio tutto il resto. Manca un dibattito quotidiano, se non pacato almeno approfondito, capace di sviscerare i problemi senza l’approssimazione imposta dalla campagna elettorale. Perché – è inutile negarlo ed è bene ribadirlo – in una democrazia che funzioni non solo a parole la soluzione di certi problemi va al di là dell’interesse di parte.
E non basta dirlo a parole, tanto per farsi belli: bisogna che quel concetto sia confermato nei fatti, con dibattiti civili, aperti, al termine dei quali ognuno si assuma la propria parte di responsabilità: la maggioranza che decide e la minoranza che si oppone. I problemi cui accennavamo sono tanto più significativi, perché più concreti, man mano che si passa dal generale al particolare, dal livello nazionale a quello regionale, giù giù fino ai comuni più piccoli.
Ecco perché ha poco senso legare strettamente gli esiti di elezioni amministrative con il futuro del governo nazionale. Quest’ultimo, di certo, può cadere a causa di una débâcle, per esempio, regionale, ma prima di tutto trova la sua ragione di essere e di andare avanti nel rapporto esistente tra i soggetti che ne fanno parte e poi nella capacità di guidare il Paese.
In questo momento non è accettabile che si possa perdere tempo per giochi di potere destinati a dare qualche contentino a un partito o all’altro, per rimpasti che non avrebbero altro motivo che ridefinire gli equilibri all’interno del governo. Ottobre, con il piano per la gestione del Recovery fund, è alle porte: un banco di prova per mettere in pratica lo stile di governo cui si accennava sopra.

Antonio Ricci

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