Una risposta coordinata valida per tutto il Paese in una situazione di gravità eccezionale

L’eccezionalità del momento richiede compattezza ed evidenzia il valore della sussidiarietà

Roma, 31 marzo: le bandiere del Palazzo del Quirinale a mezz'asta in segno di lutto per le vittime del coronavirus
Roma, 31 marzo: le bandiere del Palazzo del Quirinale a mezz’asta in segno di lutto per le vittime del coronavirus

L’attuale situazione, di gravità eccezionale, che coinvolge il nostro Paese (e tutto il mondo), chiede di riflettere anche sugli aspetti istituzionali che essa determina. Vorrei qui dedicare qualche attenzione non tanto al problema dei limiti alle libertà personali, consentiti dalla Costituzione al fine di tutelare beni di interesse collettivo quali la salute – definita “diritto fondamentale dell’individuo” ma anche “interesse della collettività” (art. 32 Cost.) – quanto piuttosto al tema della sussidiarietà: sia nella dimensione “verticale” che in quella “orizzontale”.
Con la prima espressione ci si riferisce alla ripartizione di competenze tra livelli territoriali di governo (tra cui Stato, Regioni, Comuni) e con la seconda alla relazione tra soggetti pubblici e soggetti privati. Quanto alla prima: a chi spetta assumere le decisioni in ordine alle misure da adottare per fronteggiare l’emergenza Coronavirus? La responsabilità prevalente, sino ad oggi, si è concentrata sul Governo, che ha già emanato 5 decreti-legge (il primo convertito in legge) e 8 decreti (più alcune ordinanze adottate da singoli ministeri) del Presidente del Consiglio dei ministri, legittimati dal primo decreto-legge: ricordiamo al riguardo che il decreto-legge ha valore e forza di legge, mentre il D.P.C.M. è fonte di rango secondario, quindi subordinata alla legge. Il primo di tali decreti-legge ha previsto la possibilità per i presidenti delle Regioni (e, per quanto di competenza, per i sindaci) di adottare ordinanze contingibili ed urgenti in materia di igiene e sanità pubblica.
Tutte le Regioni hanno emanato ordinanze con cui hanno ulteriormente limitato la libertà di circolazione verso il proprio territorio e al suo interno ed imposto obblighi quali la permanenza domiciliare con isolamento fiduciario, il divieto di spostamenti e viaggi, e così via.
Forte, quindi, è stata la “centralizzazione” (nello Stato) della risposta istituzionale. In che modo ciò è compatibile con le responsabilità che la Costituzione attribuisce alle Regioni (alle quali è affidata, insieme allo Stato, la competenza legislativa in materia di tutela della salute e di protezione civile, ad esempio)? E come ciò è coerente con le competenze amministrative che spettano, in forza del principio di sussidiarietà, in prima battuta ai Comuni?
La Costituzione, come anche il buon senso suggerisce, ha predisposto criteri per affrontare situazioni come queste: sia con il prevedere che, quando vi sia necessità di dare risposte unitarie su scala nazionale, possano intervenire i livelli territoriali più alti; sia – se ciò non bastasse – stabilendo con l’art. 120 che il Governo può sostituirsi a organi degli altri enti territoriali “nel caso di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica”: che è la situazione che stiamo vivendo.
A ciò si aggiunga che il primo decreto-legge ha previsto l’obbligo, prima di emanare i D.P.C.M. ad efficacia per tutto il territorio nazionale, di sentire il presidente della Conferenza dei presidenti delle Regioni e, sulle eventuali norme che concernono specificamente singole Regioni, i loro presidenti. Certo, si tratta soltanto di un parere, ma comunque mi pare che esso sia segno di un’attenzione: come anche la circostanza che alcuni provvedimenti siano stati sollecitati dalle Regioni al Governo.
44giovaniQuanto all’altro versante della sussidiarietà, ciò che si sta verificando nel nostro Paese richiede un’attenta considerazione, anche per le scelte future. Mi pare infatti che sia divenuto palese che la salute (talvolta la salvezza) collettiva dipende dai comportamenti di ciascuno, che la realizzazione del bene comune non è responsabilità soltanto dello Stato o delle amministrazioni pubbliche, ma di tutti, che un comportamento sbagliato di ciascuno di noi può compromettere la salute e quindi la vita degli altri.
E questa è la base della solidarietà: quel valore per il quale, come si espresse la Corte costituzionale, “la persona è chiamata ad agire non per calcolo utilitaristico o per imposizione di un’autorità, ma per libera e spontanea espressione della profonda socialità che caratterizza la persona stessa”.
Può sembrare banale, ma è bene domandarci: cosa sarebbe successo se nel nostro Paese non ci fosse stata una rete di protezione assicurata dalle famiglie? Dove sarebbero andati i minori, gli anziani, i disabili e comunque tutte le persone fragili (ma anche quelle meno fragili…) se le famiglie non avessero saputo garantire accoglienza, assistenza, protezione e anche mantenimento materiale? Ed ancora: che ne sarebbe stato se non avessimo avuto l’apporto di volontari (nella Protezione civile come nelle associazioni di assistenza, fino alle reti informali di solidarietà) nel soccorrere le persone e garantire livelli di sopravvivenza, nell’arrivare là dove gli ospedali, le scuole, le Asl, i Comuni, le Società della salute, ecc. non possono arrivare (o comunque non arrivano)? E come avremmo saputo rispondere alle esigenze di tanti anziani o persone variamente fragili senza le reti di protezione assicurate dagli enti del Terzo settore?
Forse, passata questa fase, dovremmo interrogarci se sia giusto e corretto che questa fitta rete di sussidiarietà orizzontale debba essere sempre indispensabile e – se sì – come essa debba essere diversamente sostenuta rispetto a quanto fatto sin qui. Intanto, però, dobbiamo prendere atto che, senza di essa, la nostra società difficilmente avrebbe retto l’urto di una vicenda senza precedenti.

Emanuele Rossi

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