Domenica 19 aprile – Divina Misericordia
(At 2,42-47; 1Pt 1,3-9; Gv 20,19-31)
Tommaso, nostro gemello, è uomo di confine, ci prende per mano, a poche pagine dalla fine del Vangelo, per accompagnarci nel cuore di una domanda che preme con insistenza anche in noi: “come credere senza vedere?”. Tommaso torna, vede e insegna a noi a credere senza vedere.
Tommaso è provocazione viva per quel gruppo di discepoli che non può permettersi di ridurre la narrazione dell’esperienza del Risorto al suono ingenuo di una frase. Perché non basta dire “abbiamo visto il Signore”, credere è mostrarlo anche a chi non era nel Cenacolo, credere è mostrarlo senza parole, credere è incarnarlo in una vita capace di dire di Lui senza nominarlo invano. Tommaso è l’uomo che forza il reale per permettere alla fede di raccontarsi in altro modo. Tommaso è un dono per noi che rischiamo di perderci in quella frase spesso travisata: “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”, parole che non sono appello alla fede cieca ma invito a cercare il profilo del Risorto nella testimonianza della Comunità. E allora che quei discepoli raggiunti dal Risorto la smettano di ripetere quella frase e inizino invece a vivere di ciò che hanno sperimentato lontano dagli occhi della gente, nel cuore di tenebra di quella paura, nel chiuso di quel rifugio codardo. Tommaso ci guarda negli occhi, perché noi ora ci chiamiamo discepoli, e ci sfida a mostrare il Risorto, se ne abbiamo davvero fatto esperienza.
Abbiamo da raccontare, se vogliamo essere credibili, quello che è successo nel cuore buio del nostro tradimento, e quello che è successo è innanzitutto che siamo stati raggiunti due volte dal perdono. Un perdono che non avevamo nemmeno chiesto, un perdono che è arrivato come dono gratuito a rimettere insieme le nostre vite. E poi dobbiamo raccontare che Gesù ci ha chiesto di andare, un mandato, a noi eterni fuggitivi. E di quel Soffio che ci ha ricreato dobbiamo parlare, che sembrava di essere tra le prime pagine di Genesi quando l’uomo diventa finalmente uomo. E poi la misericordia che ci ha chiesto di testimoniare, solo quella, come se il resto importasse poco. Ha ragione Tommaso ad arrabbiarsi, a non voler capire, non basta che qualcuno dica di averlo visto risorto, noi possiamo farne davvero esperienza solo quando vedremo discepoli perdonati. Ha ragione Tommaso a non credere alle parole dei discepoli, perché questi devono mostrare con la vita di essere stati raggiunti dal Suo Soffio, solo una vita che si rimette in gioco, che si lascia plasmare da capo dal perdono può parlare di Resurrezione. Ha ragione Tommaso a non credere fino a quando non vedrà la misericordia, unica consegna del Risorto ai suoi discepoli. Ha ragione Tommaso a cercare le ferite. Solo chi accetta di fare esperienza del Risorto abitando Comunità ferite perché imperfette può arrivare a dire “mio Signore e mio Dio”.
don Alessandro Deho’



