Ascoltate oggi la voce del Signore Gesù

Domenica 6 ottobre. XXVII del Tempo ordinario
(Ab 1,2-3;2,2-4; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10)

44vangelo“Accresci in noi la fede!” Gesù ha appena suggerito di perdonare all’infinito i fratelli che sbagliano. Parole esigenti, che Lui definisce decisive per la sua sequela. Ma gli apostoli conoscono la propria debolezza. Sanno che il perdono non è nelle corde dell’animale umano, è qualcosa di alieno, contrario all’istinto. Senza l’aiuto dello Spirito Santo, senza la fede a farci da guida, esso è impraticabile. I discepoli chiedono al Maestro di accrescere questa loro fede. Perché comprendono che la Comunione cristiana, senza fede, non ha senso. Il perdono diventa la risorsa solo di chi non ha la forza di vendicarsi, l’amore per il prossimo un mezzo attraverso cui fare i propri interessi.
Tuttavia ancora non comprendono in cosa consista questa fede. I discepoli, e, con loro, molti anche ai nostri giorni, concepiscono la fede in Cristo come una fonte di sicurezza, di quell’orgoglio che nasce dalla certezza delle proprie convinzioni. La fede è ciò che permette di andare al martirio a testa alta, sapendo di aver fatto la volontà di Dio. Il Figlio spiega che la fede è abbandono nelle braccia del Padre. È un atto di fiducia: si tratta di aderire al Signore, di legarsi a Lui in un rapporto personale, riconoscendo che dalla nostra parte c’è debolezza e non è possibile avere fede in noi stessi.
È difficile e faticoso rinunciare a contare su di noi per mettere al centro la Parola del Signore. Anche per i Dodici, scelti direttamente da Gesù, la fede non è scontata. Anzi spesso il Figlio li rimprovera, definendoli “uomini di poca fede”. “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: ‘Sràdicati e vai a piantarti nel mare’, ed esso vi obbedirebbe”.
Proprio perché la fede è credere alla potenza di Gesù, la domanda degli apostoli è priva di senso. La fede non si può misurare. È una questione di qualità, non di quantità. Nelle Sue parole c’è anche una grande speranza: la fede, anche minima, è sufficiente per nutrire la relazione con lui, e accogliere la salvezza. Se c’è, è sufficiente, ed è più forte di ogni nostro altro atteggiamento. Anche se piccola, è adesione a una relazione, ed è obbedienza. Ci mette in guardia dal confidare in noi stessi, il peccato che si oppone radicalmente alla fede.
Ma la riflessione continua: per i cristiani, alla base dell’autorevolezza c’è la fede, e solo questa: ne basterebbe pochissima per farsi “obbedire” anche da un albero, a cui viene ordinata una cosa insensata. È la fede che consente al missionario e all’apostolo di essere riverbero dell’azione e della Parola di Dio, per suscitare nel destinatario l’adesione al Figlio, e non alla propria persona. “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
L’autorità nella Chiesa è servizio, non dominio. Nel popolo di Dio non vi sono padroni e servi, tutti siamo fratelli, servi dell’unico Signore. Nella Chiesa tutto è umiltà e servizio, non potere. L’autorità di ciascuno è fondata interamente sul nostro essere stati inviati come servi per lavorare il campo di Dio, e riposa sulla nostra obbedienza alla Sua Parola. La nostra coscienza è liberante, e liberata, solo se agiamo secondo la Sua Parola senza far risalire nulla a noi stessi, e, in modo trasparente, rinviamo a Lui motivazioni e risultati. È questo il senso della definizione “servi inutili”.

Pierantonio e Davide Furfori

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