Senza salutare nessuno. Un ritorno in Istria

Presentato a Pontremoli l’ultimo libro di Silvia Dai Pra’

30libroÈ consolante trovare giovani in cui matura l’esigenza di penetrare nei silenzi dei loro cari che hanno subito cose orrende nel buio della guerra. Lo ha fatto Silvia Dai Pra’, di famiglia pontremolese da parte materna e veneto-istriana da parte paterna.
La storia dell’Istria è particolarmente tragica nel Novecento, persone di diversa etnia, che per secoli avevano costruito una serena convivenza, sono state italianizzate a forza sotto il fascismo, perso il nome originario, subìto stragi prima da parte dei tedeschi e degli italiani e dopo dei comunisti titini, che inghiottirono nelle foibe carsiche gli istriani italiani col pretesto che fossero tutti fascisti e obbligarono all’esilio circa 300mila.
Il libro è il frutto di anni di ricerche di Silvia che muove dalla storia familiare di nonna Iole -che coi fratelli e la madre una notte del novembre 1943 lasciò la sua terra “senza salutare nessuno” e mai più volle tornarvi né parlare del padre e dello zio fatto precipitare nella foiba di Vines- per affrontare fatti generali su cui c’è stato un lungo silenzio colpevole dei politici e degli storici.
Nella presentazione del libro il 21 luglio a Pontremoli Giuseppe Benelli ha ben evidenziato aspetti dell’intrigo istriano-dalmata e l’autrice ha fatto percepire l’amore che l’ha spinta con rigore investigativo a cercare “epifanie” che le spalancassero la verità, ma non è facile ritrovare le tracce di quel passato in un’Istria piena di lutti sconosciuti. Delle foibe si è parlato in anni recenti, ma sono girate notizie false o retoriche. Silvia rivela una forte passione etica e civile in sintonia con i versi di Ungaretti Non gridate più. Lasciate di uccidere i morti: invita a mettere da parte le persistenti strumentalizzazioni ideologiche dei fascisti e dei loro avversari per rispettare i segreti dei vivi e dei morti con affettuosa partecipazione.
L’autrice dà notizia di realtà misconosciute, come lo sfruttamento delle miniere di carbone dell’Arsa e della città di Albona, dove diecimila minatori provenienti da ogni parte d’Italia scavarono per estrarre un materiale strategico, costretti a sopportare sofferenze estreme, scioperarono e dal 2 marzo all’8 aprile 1921 diedero vita al più radicale esperimento sociale, la “repubblica di Albona”; repressi dall’esercito, furono uccisi, licenziati e processati “per aver instaurato il regime soviettistico”, tra questi anche familiari di nonna Iole; il 28 febbraio 1940 185 morirono per una frana.
Cacciati da Tito, i profughi non trovarono solidale accoglienza in Italia; è un comportamento vergognoso purtroppo non rimasto isolato, erano detti fascisti che venivano a rubare un pane già scarso! Non li sopportava nessuno, dovevano rimanere nelle loro terre. Alla stazione di Bologna nel febbraio 1947 fu impedito di sostare ad un treno merci carico di istriani, furono calpestate derrate fornite dalla CRI e giovanotti comunisti tirarono loro sassi e sputi perché colpevoli di aver lasciato il “paradiso” di Tito.
Furono mandati in campi profughi in lontane terre italiane (uno a Marina di Carrara), emarginati come in un ghetto. Sotto il regime arrivarono in Istria con ruoli istituzionali fascisti malvagi e fanatici, come il generale Roatta, ma gli istriani erano come molti italiani fascisti perché c’era dittatura. La violenza dei fascisti e dei titini infoibatori, l’ostilità degli italiani vanno studiate e denunciate con onesta e libera memoria: la ricerca di Silvia Dai Pra’ dà un prezioso contributo, presentato con intelligenza del cuore e con amabile ritmo narrativo, da unire alle opere in tema di Tomizza, Bettiza, Magris e Marisa Madieri.

(Maria Luisa Simoncelli)

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