I precetti del Signore fanno gioire il cuore

Domenica 14 luglio. XV del tempo ordinario
(Dt 30,10-14;  Col 1,15-20;  Lc 10,25-37)

28vangeloLa parabola di questa domenica parla di un Samaritano che compie un gesto gratuito di carità soccorrendo un viandante ferito. È molto nota, tanto da essere divenuta proverbiale. Viviamo tempi interessanti, in cui si parla, con supponente ironia, di sindrome del buon samaritano, di buonsamaritanismo, o, tout court di “buonismo” per definire l’impulso ad occuparsi di persone in difficoltà che non appartengono al nostro clan. La prospettiva di queste parole irridenti è chiara: se queste persone non fanno parte della mia comunità, più o meno allargata, non sono un mio problema, e, se qualcuno se ne occupa, il suo comportamento mi imbarazza, e mi disturba.
Il Maestro ci aiuta a superare queste istintive obiezioni con un rovesciamento di prospettiva: non sono io a scegliere il mio prossimo. È il prossimo in difficoltà che mi interpella. Se c’è una situazione difficile di cui sono a conoscenza, devo intervenire, secondo il comandamento dell’amore. Il decalogo non è più sufficiente. Per i pii ebrei di allora e per tanti pensatori di tutti i tempi, se la persona in difficoltà non fa parte della nostra cerchia non c’è un vincolo sociale che ci obbliga a correrle in aiuto. Per noi cristiani, è una questione di libertà, ma anche di volontà.
Ogni volta, liberamente, dobbiamo scegliere se farci carico del prossimo o no. La nostra libertà non è assoluta (priva di vincoli): è associata ad un dovere. Sembra contraddittorio, perché oggi libertà è fare ciò che si vuole, qui ed ora. Coincide con l’autonomia suprema, risponde solo all’onnipotente volontà dell’Io. Il Maestro, controcorrente, ci racconta e ci insegna, una libertà diversa, una scelta meditata, per ogni singolo evento in cui siamo coinvolti, di mantenersi fedele ad un disegno superiore: il volere di Dio.
Vuole conciliare libertà vera con obbedienza. Fa sintetizzare al dottore della legge il comandamento nuovo: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il tuo prossimo come te stesso”.
L’amore prorompe istintivo, per un’attrattiva esercitata dall’altro, senza che lo si possa comandare. L’obbligo di amare in base ad un comando ricevuto, sia pure da Dio, sembra una forzatura. Ma, se ci fermiamo a riflettere, diventiamo consapevoli del nostro irrinunciabile desiderio di essere amati: è il più umano dei bisogni. Privati dell’amore, la nostra sopravvivenza è in pericolo.
È diverso quando si tratta di amare l’altro. Sorgono i distinguo, emergono i paletti, parte l’invocazione della libertà. Dio ci ha concepito per rispondere ad un bisogno d’amore, capaci di amare. Quando entreremo nell’eternità, lasceremo qui solo l’amore che abbiamo sparso, null’altro. Amare è umano, ma per noi cristiani non è il principio del piacere, ma la fede in Lui, ad ispirare questa indole umanissima. E il discernimento nella fede ci aiuta a capire quale amore è autenticamente cristiano e quale no.

Pierantonio e Davide Furfori

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