Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida

Domenica 12 maggio. IV di Pasqua
(At 13,14.43-52;  Ap 7,9.14-17;  Gv 10,27-30)

19vangeloGiovanni, nel capitolo 10, ci racconta una lunga discussione tra Gesù e i farisei. È inverno, durante i giorni della festa della Dedicazione. Lui cammina nel Tempio, nel portico di Salomone. Ha appena spiegato, con una parabola, che Dio è come un pastore, che entra ed esce attraverso la porta dell’ovile, e cammina davanti alle pecore, e loro lo seguono perché riconoscono la sua voce. Gesù non viene compreso, e diventa più esplicito: Lui è la porta dell’ovile: è tramite Lui che possiamo entrare in contatto con Dio. Per giunta Lui è disposto a dare la vita per noi. Può darla e riceverla di nuovo dal Padre.
Alcuni dei suoi ascoltatori lo giudicano indemoniato, altri gli credono. Ma i capi dei giudei cercano di metterlo alle strette: “Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”. Lui riprende la parola, e proclama che quegli ascoltatori non sono sue pecore, perché non sono disposti ad accogliere le sue parole. E dice che i suoi discepoli, al contrario, “ascoltano” la sua voce.
Ascoltare è molto più di sentire. Se ascoltiamo, siamo capaci di riconoscere chi parla, anche solo dal timbro della voce. Particolarmente oggi dobbiamo fare discernimento tra tutti quelli che parlano, e riconoscere la Sua voce. Da questo lavoro di ascolto nasce una comunicazione profonda, da cui scaturisce la comunione. Poi il Maestro dice che i suoi discepoli lo “seguono”, gli vanno dietro dovunque, quindi conformano la loro vita alla sua, il loro cammino al suo.
Solo così si può evitare di perdere la strada e l’appartenenza alla comunità. Solo così nasce la possibilità della conoscenza: “Io conosco le mie pecore”. Gesù ci conosce per primo, ma, se ascoltiamo e “ruminiamo” le sue parole, allora anche noi possiamo iniziare a conoscerlo, e ad amarlo. “Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano”.
In cambio ci darà il dono della vita per sempre, la possibilità di restare nella sua mano, da cui nessuno potrà strapparci via. Questo non ci evita le cadute o le sventure, ma rimaniamo sempre in relazione con lui. Queste parole sono, anche nelle difficoltà del cammino notturno, che tutti abbiamo provato, sufficienti per sentirci in relazione con il Signore.
Se anche qualcuno o qualcosa tentasse di danneggiare questa relazione, se noi sciaguratamente decidessimo di interromperla, non saremo strappati dalla Sua mano. E la mano del Risorto è la mano di Dio, perché Lui e il Padre sono uno. Ma questa fede, povera e fragile, allora come oggi, scatena l’avversione e la violenza di chi non vuole credere in Lui.
E infatti , i farisei, che credevano di vedere meglio di Lui, e si sentivano minacciati dalle Sue parole, raccolgono delle pietre per lapidarlo. Vorrebbero un Dio senza l’uomo, contro l’uomo. Amano più la religione che l’umanità, più le loro idee e la loro dottrina che i fratelli o le sorelle, fragili e peccatori, proprio quelli che la mano di Dio vuole salvare e rialzare.

Pierantonio e Davide Furfori

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