L’oltraggio del furto delle pietre d’inciampo

47pietre_inciampo“È il segnale di un modo di vivere in cui non c’è memoria di quello che è avvenuto”: così mons. Ambrogio Spreafico, vescovo di Frosinone e presidente della Commissione Cei per il dialogo e l’ecumenismo, commenta a caldo il furto, avvenuto nella notte del 9 dicembre, di venti pietre d’inciampo dedicate – a Roma – alle vittime dell’Olocausto.
Le pietre d’inciampo sono “segni” che ricordano le famiglie che in una certa zona o via nel periodo nazifascista sono state deportate nei campi di sterminio. In via Madonna dei Monti, dove è avvenuto il furto, abitavano i Di Castro e i Di Consiglio e la più piccola della famiglia Di Castro aveva solo 3 anni. Della famiglia Di Consiglio invece più di 20 persone sono state deportate e sterminate ad Auschwitz o alle Fosse Ardeatine.
“Mi sembra, quindi, un segno – continua il vescovo – tragicamente antisemita e razzista che avviene nella assoluta mancanza di memoria”, mentre “la tragedia dell’antisemitismo deve rimanere impressa nella coscienza della nostra Europa come un monito perché non avvenga più che l’altro diventi un nemico da eliminare”.
A nome della Chiesa cattolica, mons. Spreafico ha espresso solidarietà alla presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello “per un gesto che vuole cancellare la memoria di un tempo tragico che non si deve ripetere”, invitando a un “impegno comune a fare in modo che la memoria diventi un monito per oggi e un invito a costruire insieme un Paese in cui si possa vivere gli uni accanto agli altri nelle nostre differenze”. Il presidente della Commissione Cei per il dialogo e l’ecumenismo non si sottrae ad esprimere una sua analisi del fatto increscioso: un gesto infamante favorito da “un clima sociale e un modo di vivere nella insoddisfazione che facilmente si trasformano in rancore e rabbia verso gli altri e nella ricerca di un nemico contro cui prendersela per le cose che non vanno”.
È un clima preoccupante perché in realtà ci fa stare tutti peggio, alimentato anche dai social che non fanno che peggiorare questo stato di cose con l’abitudine sempre più diffusa a mettere “mi piace” quando uno insulta. Per un cristiano questo è peccato: “Nelle mie omelie dico che c’è un peccato del ‘mi piace’: quando tu metti “mi piace” a qualcuno che insulta un altro, devi confessarti, perché non si può condividere la violenza”. “I problemi ci sono – conclude mons. Spreafico – ma vanno affrontati con il dialogo e l’ascolto, in maniera pacifica. Non serve a nulla urlare e insultare né tantomeno si risolvono così i problemi”.

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