Giovani: sete di umanità e di amore

44giovaniI fatti di cronaca di questi giorni ci richiamano a riflessioni forti e profonde: “Dalla discoteca si dovrebbe uscire senza voce, ma non senza vita” è uno degli striscioni appeso fuori del Liceo “Medi” di Senigallia, frequentato da una delle giovani vittime della calca all’uscita della discoteca “Lanterna Azzurra” di Corinaldo.
Quanto dolore, quanta fatica, quanto tempo buttato via, quante occasioni perse di esprimere la propria umanità e di riconoscere ed esaltare la sacralità del proprio corpo e di quello dell’altro. Non possiamo, soprattutto noi adulti, noi genitori, noi operatori sociali, noi insegnanti, noi uomini di Chiesa… rinunciare a dare testimonianza nella nostra quotidianità di quell’Amore, che i nostri ragazzi cercano così spasmodicamente, ma anche in modo disordinato e superficiale.
Noi adulti non testimoniamo più nulla, pensiamo sempre più a noi stessi, così che i nostri ragazzi crescono sempre più soli. In quella discoteca c’era di tutto, girava di tutto. Nel vuoto di senso. Un coacervo di umanità mescolata e confusa.
C’erano preadolescenti bambine con madri-amiche che non sanno o non riescono a dire ‘no’ ad un capriccio della figlia confondendolo con un desiderio. C’erano ragazzi col biglietto-premio della loro riuscita (spesso solo scolastica) corrispondente all’ideale di figlio dei genitori. C’erano adolescenti trasgressivi che cercano nel rapper di moda il loro modello d’identificazione alternativo a quello adulto. Infine c’era il colpevole, quello che ha spruzzato lo spray al peperoncino, forse per rubare qualcosa o forse per seminare il panico. E seguire una moda per finire sulla vetrina della rete perché capace di una provocazione di tendenza e di appartenenza.
Dopo il dramma, però, quel ragazzo è rimasto solo, il capro espiatorio di tutti i benpensanti.
I coetanei lo hanno scaricato, come se spruzzare spray urticante fosse più stupido di mettere una lattina sui binari del treno per sentire il botto o insultare in maniera beffarda un anziano che fatica a salire sull’autobus. Gesti che loro stessi (e noi tutti pensiamo a quanto sia stupido sparlare di qualcuno o partecipare ad un corteo funebre discutendo di calcio), a turno, chi prima chi dopo, hanno fatto per sentire la complicità dei presunti amici e per generare negli adulti quella reazione di rassegnazione impotente utile per farsi largo e liberarsi così dal loro controllo limitante.
Certo, a quel ragazzo rimasto intrappolato nella sua stupidità non è consentito dire – come agli altri presi con le mani nel sacco – “ma stavo scherzando… non ho fatto niente”. Quando ci sono i morti tutti scappano dalle responsabilità. Figurarsi gli adulti.
Tutti a gridare contro uno per salvare gli altri, soprattutto i propri figli. E sperare ancora di poter essere o diventare bravi genitori di figli riusciti. I media hanno cavalcato l’onda. Invece sarebbe meglio il silenzio, quello interiore dell’anima, capace di riflettere e riconoscersi in una umanità disorientata, fragile e ferita. E subito dopo vergognarsi, abbassare il capo e ripartire.
Da genitori e da adulti che sanno stare al loro posto, mantenendo l‘asimmetria di ruolo senza provare a fare gli amici confidenti dei ragazzi, che educano con la strategia del riconoscimento reciproco – “cosa ti ha detto tua madre… fallo”; ”cosa ti ha detto tuo padre… fallo”; ”cosa ti ha detto la scuola… fallo”; semplicemente perché te lo hanno detto prima di me – e non dell’impossibile coerenza educativa che sa tanto di rigidità ed autoreferenzialità.
Ai giovani, oggi, sarebbe meglio non dire nulla. Sono troppi quelli che ne parlano per strumentalizzarli. Quello che fanno ha sempre un significato per la loro crescita alla ricerca di autonomia e di senso, che cercano come sfida all’ideale di figlio fatto di iperprotezione (svalutante) e di controllo. Attaccano per misurare la loro forza e la nostra capacità di amare sempre e comunque. Sfidano, banalizzano le risposte e ci costringono a sbagliare per farsi largo. Regrediscono per prendere slancio, riprendere coraggio e fiducia.
In questi momenti il nostro ideale di figlio non va rilanciato e richiamato alla mente dei ragazzi come un tabù da reinstallare: “Ve lo avevo detto… Ai nostri tempi era meglio”, ma lasciato svanire nel silenzio. Sempre ci faremo i conti, forse, però, un giorno l’autonomia dei nostri figli non sarà più una minaccia inibente e condizionante. Loro vedranno la luce, noi potremo godere di un po’ di riposo.

Piervittorio Giorcelli
Psicologo psicoterapeuta

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