Loda il Signore, anima mia

Domenica 9 settembre, XXIII del Tempo Ordinario
(Is 35,4-7;  Gc 2,1-5; Mc 7,31-37)

33vangeloPartito da Gerusalemme, Gesù entra nella regione di Tiro, la Decapoli, dove scaccia un demonio che aveva posseduto una bambina; poi prosegue passando per Sidone.
Il suo non è un viaggio annunciato, anzi nel Vangelo si ripete più volte che preferirebbe che nessuno sapesse che lui si trova in una certa città, così da evitare che si raduni una folla intorno a lui, ansiosa di vedere un miracolo.
Anche oggi non è rara una religiosità legata al senso di ‘spettacolo’: si crede nella speranza di vedere un miracolo, qualcosa di mirabolante, che anche solo ci distragga dal tedio quotidiano. Ma è una religiosità superficiale, che trascura gli obblighi che il cristiano ha nei confronti di Dio e del prossimo. E Gesù vuole avere a che fare il meno possibile con simili atteggiamenti.
Ciò si mostra chiaro in un evento che accade proprio durante il suo passaggio per Sidone. Gesù non riesce a passare inosservato, la voce corre e gli viene presentato un sordomuto. Non è contento della folla che lo circonda, ma, emblematicamente, non rifiuta di curare il malato.
Però, per compiere il miracolo, lo prende in disparte, non soddisfa la fame di spettacolo della massa. E il gesto in sé ha comunque poco di spettacolare, anzi ha anche qualcosa di sgradevole: “gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!».”
Subito il sordomuto sente e parla. Certamente è un’esortazione rivolta al sordomuto e, per esteso, a tutti noi, davanti alla parola di Dio. Ci invita così a prestare attenzione e ad assimilare la Sua Parola. Ma, prima di questo, è stato Dio ad aprirsi, in suo Figlio, che si è umiliato al punto di ascoltare noi uomini, le nostre sofferenze e le nostre manchevolezze.
Ma all’ascolto deve far seguito la condivisione e la comunicazione.
Dio ci vuole ricettivi, non passivi. Lui, che si è dimostrato capace di ascoltare e di parlare, ci invita a fare altrettanto. Il primo invito ad aprirci l’abbiamo ricevuto nel sacramento del Battesimo. Ma ci sono degli ostacoli, perché oggi la vita è satura di parole futili, che rumoreggiano, sature di ideologia e di propaganda, senza dire nulla. Siamo circondati dal frastuono di innumerevoli parole cattive ed inutili, che persistono nell’aria e continuano a far danni. In realtà spesso restiamo nella condizione iniziale del sordomuto prima dell’intervento di Gesù: isolati e inerti, e la Parola non prende corpo.
Aprirsi, ascoltare e comunicare, è l’auspicio che dovremmo rivolgere a noi stessi nella Decapoli dei nostri tempi. I presenti commentano: “Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!”.
Per riconoscere i nostri limiti, è utile guardare a noi stessi confrontandoci con Lui. Se evitiamo questo confronto, pretendendo di conoscere noi stessi con le nostre forze, rischiamo di avviarci verso questi due estremi: la superbia o la disperazione. Il confronto con Lui ci aiuta a riconoscere che tutti condividiamo la dignità di essere immagine e somiglianza del Creatore.
E Gesù si raccomanda: nessuno di coloro che hanno assistito dovrà parlarne. Di nuovo, Gesù è venuto per parlare agli uomini dell’amore del Padre, non per risolvere i loro problemi individuali e, tantomeno, per offrire spettacolo.

Pierantonio e Davide Furfori