Il tuo amore, Signore Gesù, sia su di noi: in te speriamo

14 maggio: V domenica di Pasqua
(At 6,1-7;   1Pt 2,4-9;   Gv 14,1-12)

ultima_cenaÈ l’ultima cena. Gesù ha appena annunciato che sarà tradito, e che dove sta andando lui, nessuno tra i discepoli può ancora seguirlo. Ma non lo dice per turbarli: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Li precede per preparare loro un posto: “Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via”. Sono parole rassicuranti, ma Tommaso, come al solito, è dubbioso: se neppure sanno dove il Maestro sta andando, come fanno a conoscere la via? Oggi come allora è difficile per molti trovare criteri validi di orientamento. Le nostre strade possono essere ingannevoli, le fonti a cui facciamo riferimento possono essere inquinate. Anche le nostre comunità cristiane possono attraversare tensioni e difficoltà. A tutte queste osservazioni Gesù risponde: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”, ripetendo quanto già espresso nella parabola del recinto delle pecore: Gesù è la porta, è il canale di comunicazione attraverso cui Dio raggiunge l’uomo e l’uomo raggiunge Dio.
Ma gli apostoli faticano a comprendere che Lui è diverso da loro e somiglia al Padre nella misericordia, nel perdono e nella compassione.
Filippo si fa loro portavoce e interviene con un’altra osservazione: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Non è il solo a dire una cosa simile: anche oggi molti chiedono a Dio solo di manifestarsi, in maniera assolutamente inequivocabile, in modo da “chiudere il discorso”, come se fosse quella la cosa più importante. La sola cosa che vogliono è porre fine ai propri dubbi, non doverci convivere più.
Senza rendersi conto che non è possibile e la prova è Gesù stesso: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre”. Anche se Dio apparisse dal cielo, fra gli squilli di trombe dei suoi angeli, il dubbio resterebbe, si dubiterebbe di ciò che si è visto. Credere è un gesto attivo, volontario.
Credere è fidarsi di Dio, fidarsi di Cristo. La fede in Gesù e la sequela di lui non sono una romantica fuga dalla realtà, ci aiutano invece a trovare un orientamento nelle vicende del presente, impegnando la nostra responsabilità di credenti nel mondo e verso il mondo.
Fior di intellettuali, specialmente nei secoli più recenti, hanno descritto la fede come frutto dell’ignoranza e la religione come “oppio delle masse”, un metodo per “tenere buona” la gente e impedirle di ribellarsi rabbiosamente contro i mali del mondo, come sarebbe “giusto”.
Ma non si può combattere il fuoco con altro fuoco. Nei secoli, molti hanno impiegato le loro forze nel compiere il bene, nell’aiutare il prossimo, nel risolvere pacificamente le controversie, nell’insegnare e praticare il perdono, nel promuovere la pace, oggettivamente combattendo il male con molta più efficacia di chi ha insegnato e praticato l’indignazione e la violenza. E, tra questi, i più lo hanno fatto perché si sono fidati di Dio, sicuri che il male in realtà sia già stato sconfitto, da un uomo che in punto di morte ha perdonato i suoi assassini.

Pierantonio e Davide Furfori

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