Mostraci, Signore, il sentiero della vita

Terza domenica di Pasqua
(At 2,14.22-33;   1Pt 1,17-21;   Lc 24,13-35)

Rembrandt les pelerins d'Emmaüs
Rembrandt les pelerins d’Emmaüs

È ancora quel primo giorno della settimana dopo la morte di Gesù. Due discepoli sono in viaggio verso Èmmaus, a undici chilometri da Gerusalemme. Non è una distanza breve, dovranno camminare tutto il giorno. Lungo il cammino, parlano tra loro di quanto è successo, di come le loro speranze siano state deluse.
Senza quasi che se ne accorgano, a loro si unisce un terzo viaggiatore, interessato alla loro conversazione. Non è una cosa così inusuale, e una voce in più aiuterà a far passare il tempo mentre si cammina.
A quanto pare, il viaggiatore non sa nulla di quanto è accaduto a Gerusalemme, deve venire da molto lontano. I due gli spiegano pazientemente di “Gesù, il Nazareno”, di come egli abbia ravvivato le loro speranze in un nuovo Regno di Israele, libero dagli odiati Romani e trionfante su tutti i nemici, solo per finire giustiziato sulla croce, consegnato alle autorità dai capi dei sacerdoti stessi, collusi con Roma. E come se non bastasse, quella mattina ci si sono messe pure le donne: sono andate alla sua tomba e hanno detto di aver incontrato degli angeli, angeli che affermano che Gesù sarebbe ancora vivo! Ovviamente allora sono andati alla tomba gli uomini, e in effetti l’hanno trovata aperta, “ma lui non l’hanno visto.”
Il viaggiatore pare deluso da quello che i due dicono, e inizia a spiegare come i profeti, già da Mosè in poi, avessero predetto che il Messia sarebbe stato ben diverso da un condottiero vittorioso, ma anzi sarebbe stato umiliato e prostrato davanti a tutti, perché la sua battaglia sarebbe stata non contro i nemici di Israele, ma contro quelli dell’intera umanità, il peccato e la morte.
Ora sono i due ad ascoltare interessati: attraverso le parole di questo sconosciuto, cominciano a rendersi conto di aver sbagliato sin dall’inizio, di non aver mai davvero prestato attenzione al loro Maestro, schiavi della propria visione preconcetta di “Messia”, al punto da non ricordarsi neppure il suo volto, il suono della sua voce. Non sono i soli, anche oggi in molti non trovano Gesù per lo stesso motivo, e passano la vita cercando nel Cristianesimo un segno identitario, uno strumento di avanzamento sociale, una bandiera dietro cui unirsi “contro” qualcos’altro, tutte cose diverse da quello che il Cristianesimo è.
Scende la sera, i due sono ormai arrivati a destinazione. Il viaggiatore fa per salutarli, si vede che dovrà andare ancora più lontano, ma loro gli offrono un posto per la notte. L’uomo ha risvegliato in loro qualcosa che neanche loro riescono a definire di preciso, e anche se non fosse per sdebitarsi dell’aver aperto loro gli occhi, ospitare un viandante per la notte è mera cortesia. L’uomo accetta e si siede a tavola a mangiare insieme ai due.
Prende il pane, recita una benedizione, poi lo spezza e lo dà a loro. Un gesto semplice. Ma tanto basta ai due per finalmente riconoscere chi è l’uomo con cui hanno passato la maggior parte della giornata. E nel momento stesso in cui se ne accorgono, l’uomo svanisce. Senza nemmeno pensarci su, i due discepoli si rimettono immediatamente in cammino, a notte ormai calata, di nuovo verso Gerusalemme, ripercorrendo il percorso fatto di giorno, per incontrare gli altri: perché loro, Lui l’hanno visto.

Pierantonio e Davide Furfori

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