Domenica 15 marzo – Quarta di Quaresima
(1 Sam 16, 1.4. 6-7. 10-13; Ef 5, 8-14; Gv 9, 1-41)
Gesù ci invita, in questa tappa del nostro percorso quaresimale, a consegnargli la nostra cecità per vedere meglio, vuole guarirci. Ma c’è un problema di fondo: l’uomo è troppo legato all’apparenza, guarda l’esterno delle cose per giudicare il loro funzionamento.
Il profeta Samuele voleva ungere re i primi figli di Iesse che ha incontrato, ma Dio gli fa capire che l’essenziale è invisibile all’occhio, è nel cuore, e Dio solo vede il cuore dell’uomo. Pertanto, non possiamo condizionare la nostra vita dal giudizio degli altri (genitori, fratelli e sorelle, guide, amici…), ma dovremmo vivere sotto gli occhi di Dio.
La risposta di Gesù alla domanda dei discepoli di sapere chi ha peccato perché l’uomo sia nato cieco, ci basta per accorgerci che non sappiamo molto riguardo la realtà che viviamo, ed è solo quando riconosciamo questo limite che riusciamo a superarlo con la grazia di Dio.
Alcuni vicini del cieco nato e i Farisei non riescono a vedere oltre quello che i loro occhi apprendono, così non accettano che sia possibile una tale guarigione avvenuta nel giorno di sabato. Nelle domeniche precedenti il Signore ci chiedeva di andare oltre alla Parola per scoprirne la promessa come Abramo.
Alla samaritana ha fatto capire che l’acqua del pozzo è solo un passaggio verso la vera acqua che dà vita e che solo Lui può darci. Oggi ci sta chiedendo di non assolutizzare quello che apprendiamo attraverso i sensi, ma andare oltre quello che vediamo.
Tutta la liturgia quaresimale ci sta chiedendo una sola cosa importante, lasciare cadere il muro che abbiamo eretto, la rigidità di un rapporto sterile con Dio ridotto a delle ritualità, per aprire la via alla grazia dello Spirito perchè illumini ogni cosa, per portarci alla conoscenza perfetta (Gv16,13). Chi dice di vedere non ha più la capacità di vedere di più, ma chi ritiene di vedere meno potrà vedere di più.
Ma c’è ancora altro, Gesù dice: “ma siccome dite noi vediamo il vostro peccato rimane”. Non è solo questione di ragione, di logica, ma si tratta di una verità alla quale solo la fede ci fa accedere. L’umiltà di accettare i nostri limiti è la via per trovare la verità stessa, per non rimanere nel peccato.
Chi confessa il peccato è colui che non vuole vivere nel peccato, ma vuole vedere la verità. Confessare i propri peccati è riconoscere i propri limiti così da permettere allo Spirito di guidarci alla verità tutta intera.
don Jules Ganlaky



