La Toscana rimane tra le regioni con i migliori livelli di cura: standard non sostenibili senza le ingenti risorse aggiuntive della addizionale Irpef. Nell’attesa di un adeguato finanziamento nazionale, la sanità regionale sperimenta le difficoltà ben note ai cittadini: mantenere prestazioni di qualità e la sfida delle case di comunità sembrano una prova di resistenza con venti contrari
Della sanità toscana nel dibattito elettorale di questi giorni si parla poco o almeno non quanto sarebbe necessario, viste le difficoltà concrete che molti cittadini conoscono e segnalano: le liste d’attesa chiuse o con prestazioni disponibili a breve ma a distanze impraticabili, la diffusa carenza di personale, il difficile accesso alle cure, il ruolo crescente del privato, le disuguaglianze territoriali.
Lo scorso luglio il Consiglio regionale ha approvato il nuovo piano sanitario e sociale integrato 2024-2026 dove ogni capoverso è una sfida aperta. Il primo ostacolo è la disponibilità di risorse, prendendo atto che l’84% del budget della Regione è impiegato per la Sanità.
Ed è stato proprio questo il tema centrale del confronto organizzato lo scorso 19 settembre dagli Ordini dei Medici di Firenze e Pisa con i candidati alla presidenza regionale: Eugenio Giani, Alessandro Tomasi, Antonella Bundu.
Il PD toscano con Giani chiede che il Fondo sanitario nazionale non sia inferiore al 7,5 % del PIL (ora è al 6,3%) e che tenga conto dell’indice di vecchiaia e della vita media della popolazione, rivedendo così al rialzo la quota spettante alla Toscana, ora a 8,1 miliardi.
Bundu (Toscana Rossa) evidenzia come l’insufficienza della spesa sanitaria sia un incentivo alla privatizzazione, che troppi considerano inevitabile.
Tomasi (centrodestra) ritiene che “non serve a nulla chiedere più soldi e, senza gettare risorse pubbliche là dove ci sono inefficienze, occorre guardare ai mille rivoli di spesa che possono essere tagliati”.
La Fondazione Gimbe stima un 20% di sprechi di risorse nel SSN pubblico; ridurli, con la collaborazione di pazienti, amministratori, professionisti migliorerebbe di molto la capacità dei sistemi sanitari di fornire servizi di qualità. Ma riconoscere e correggere gli sprechi non deve essere un espediente per togliere al governo l’imbarazzo di trovare le risorse per aumentare doverosamente il Fondo sanitario, a fronte di una spesa sanitaria in crescita fisiologica per nuove tecnologie e costose innovazioni.
Mentre tutti si professano difensori del SSN pubblico e universalistico, quando le strutture pubbliche non reggono, si realizza invece, in modo “inerziale” uno spostamento implicito e fatale verso forme di sanità integrativa o privata determinando disuguaglianze sull’accesso alle cure.
Peraltro, la Toscana rimane tra le regioni con i migliori standard di cura. Il Ministero della Salute ha monitorato qualità e quantità dei livelli essenziali di assistenza (Lea), quelle prestazioni che le regioni devono erogare in modo gratuito e omogeneo, da nord a sud del Paese.
I punteggi ottenuti dalla Toscana nelle tre aree principali dell’assistenza (ospedale, prevenzione e distretto-territorio) in base a 24 indicatori pongono la nostra Regione al secondo posto dopo il Veneto. Ma questi standard qualitativi non sembrano più sostenibili senza ricorrere alle ingenti risorse aggiuntive che la Regione recupera con l’addizionale Irpef.
Lo dice la Corte dei Conti, nel Giudizio di parificazione del Rendiconto generale della Regione Toscana, valutando in oltre 160 milioni le perdite del Servizio Sanitario Regionale per il 2024.
Garantire la qualità dei servizi diventa sempre più difficile. Nella sterile attesa di un adeguato finanziamento nazionale l’attenzione va ad una riorganizzazione del sistema. Già nel 2015, con la speranza di risparmiare risorse, dare più efficienza al sistema, maggiore capacità di controllo sulla spesa e più qualità all’assistenza, fu avviata la fusione delle ASL toscane, da 12 a tre, come avvenuto in altre regioni.
Ma le fusioni non hanno avuto effetti salvifici sulla spesa ed in più è aumentata la distanza tra i vertici aziendali ed i territori, con gli ospedali e i distretti privati di potere, di autonomia e di budget.
Oggi c’è una proposta di referendum consultivo regionale per tornare a 12 ASL, riavvicinando il governo della sanità ai territori. Il comitato Toscana Salute, promotore, ha un sostegno trasversale. Comprende i gruppi regionali di Toscana Rossa e della Lega, con diversi Sindaci, tra cui quelli di Pontremoli e di Tresana.
I territori periferici fanno pressione sulla direzione regionale della sanità giudicata troppo “fiorentino-centrica”. Ma il ritorno a una diversa, più prossima e partecipata, allocazione delle risorse avrebbe comunque un costo e da sola non risolverebbe le criticità del sistema.
La Toscana è da tempo laboratorio della trasformazione sanitaria nazionale e una delle sfide cruciali sono le Case di Comunità, che peraltro sono un progetto nato in Toscana vent’anni fa da un’idea di Bruno Benigni, figura storica della sanità e della politica toscana: allocare nello stesso spazio fisico i servizi territoriale a carattere sociale e sanitario.
La Toscana vuole attivare con il PNRR ben 157 Case della Comunità, un obiettivo che le richieste delle comunità locali hanno reso assai ambizioso. Mancano 9 mesi alla scadenza e siamo al 44% della realizzazione. Per la sanità toscana è una prova di resistenza con venti contrari.
(Severino Filippi)



