Domenica 5 settembre – XXIII del tempo ordinario
(Is 35,4-7 – Gc 2,1-5 – Mc 7,31-37)
Uscire, rischiare, andare; Gesù inventa per sé una traiettoria straniera: in pieno territorio della Decapoli. Terra pagana di Palestina, terra abitata da stranieri, terra infedele. Terra perfetta, agli occhi di Gesù, per qualsiasi processo creativo atto a interrompere il prolungarsi della ripetizione dell’identico. Affascina, provoca, domanda… in terra straniera sei funambolo senza rete. Cioè libero e bellissimo. Forse scappava Gesù, forse aveva bisogno di aria, di sguardi diversi, forse scappava dalla gabbia religiosa del suo popolo, forse scappava dalla paura di farsi ingabbiare da schemi troppo stretti. Forse aveva solo bisogno di sentirsi minoranza. Aveva bisogno di libertà. Per inventare una possibilità nuova di declinare in altra grammatica il verbo dell’Amore. Sia benedetto il tempo attuale, che prosegua con decisione il cammino nella Decapoli contemporanea, che la Chiesa smetta i panni del potere, che si possa tornare a sperimentare la libertà che Gesù ha cercato sempre, anche nel vangelo di oggi, quando decide di disegnare un sentiero inusuale solo per respirare una storia libera da sovrastrutture troppo pesanti.
Da lontano un gruppo di persone punta deciso verso Gesù, si avvicinano, non hanno l’aria di essere minacciose, stanno accompagnando un uomo. I discepoli guardano con sospetto questi stranieri. Questi senza Dio. Si fanno vicini, uno di loro prende la parola, ti prego di imporre le mani a questo nostro amico, è muto. E non sente nulla. Gesù è in territorio pagano eppure lo schema del bisogno dell’uomo si ripete: l’uomo prega, l’uomo soffre. E non c’è appartenenza religiosa che tenga: questo è di ogni uomo. Pregano. Preghiamo, perché abbiamo bisogno di una risposta alle nostre fragilità. Gesù non si mette a discutere a quali dei sacrificassero, e se frequentassero o meno la sinagoga o cosa leggessero, se fossero “regolari” oppure no… Gesù ascolta la loro straniera e famigliare preghiera. E poi l’uomo soffre, siamo fragili, come tutti gli uomini.
Io credo che i veri sordi siamo noi. Leggo questo vangelo e credo che il Signore ci dica, da duemila anni, che c’è solo un ascolto vero e profondo che c’è solo una parola credibile a cui restare fedeli: occorre ascoltare l’uomo. Ogni uomo. Come ha fatto lui. L’uomo che si racconta nel suo bisogno profondo di relazione (lo pregarono) e per la verità con cui racconta le proprie fragilità (non so parlare e non so ascoltare). Che la Chiesa, che tutti noi si possa chiedere di prendere il posto di questi stranieri della Decapoli. Siamo tutti stranieri sulla terra, nessuno è eterno, siamo di passaggio, stiamo con i giorni contati… ma che il nostro stare possa diventare capace di mostraci bisognosi di relazioni profonde con i fratelli e con Dio (questo è “pregare”) e capaci di definirci fragili: siamo tutti uomini e donne che non sanno ascoltare il cuore del fratello fino in fondo e non sanno nemmeno esattamente quali parole usare per rendere sensata la vita. Mi pare un terreno comune e promettente questo, se riuscissimo, come uomini e donne, ad avere la forza di abitare l’umanità così io sono convinto che abbasseremmo i toni aggressivi e si potrebbe tornare a pensare a un sogno comune, a un sogno corale: tra stranieri, in cerca di parole da ascoltare e da cantare.
don Alessandro Deho’



