La diffusione sempre più critica dei contagi ha portato governo e Regioni ad un punto di accordo
Al di là delle tante polemiche innescate in Italia dalla ripresa della pandemia, qualcosa ormai si è chiarito: la cura migliore per arrestarla sarebbe un nuovo blocco generalizzato delle persone e delle attività ma… ma non possiamo permettercelo. Non se lo può permettere l’Italia, già fanalino di coda nella classifica del rapporto tra debito e Pil, ma non può permetterselo più nessuno o quasi, pena il crollo dell’economia e della struttura sociale. Lasciamo stare le proteste dei giorni scorsi: molto c’era di politico e di voglia di mettere ancor di più in difficoltà il governo, senza peraltro pensare alle conseguenze per la gente comune. Anche volendo immaginare uno sviluppo il più possibile positivo per l’ottenimento dei prestiti europei, aggiungendo pure il Mes – ipotizzando il rinsavimento di una parte della maggioranza – si tratta comunque di debito che potremo restituire solo continuando o riprendendo a generare Pil.
Il contrario potrebbe rappresentare una crisi impossibile da descrivere a priori. Produzione e vendite, perciò, devono continuare ad ogni costo: per questo motivo è ora che le strutture sanitarie facciano il salto di qualità che fino ad oggi hanno fatto solo in parte e in modo diseguale nelle varie regioni e che vengano adottate misure serie di prevenzione che permettano di arginare la circolazione del virus in modo più deciso pur salvaguardando, soprattutto, le attività economiche basilari. Messa giù così la questione, si possono capire tutti i tentennamenti di queste ultime settimane.
In occasione dell’ondata di pandemia di marzo si invocava la libertà per regioni ed enti locali di decidere autonomamente i vari provvedimenti restrittivi. Ora che anche il governo – forse per timore di assumersi da solo la decisione di misure troppo drastiche – è arrivato a delegare in qualche modo parte dei poteri alle regioni, queste ultime si esibiscono in una serie di distinguo che poco onore fanno alla loro capacità di assumersi responsabilità pesanti.
Dopo una serie di incontri con le varie parti, il Governo avrebbe avanzato l’idea di stop localizzati laddove l’indice di trasmissione (Rt) superi l’1,5; le Regioni, invece, spingono per misure valide per tutto il territorio nazionale senza differenziazioni. L’asprezza del confronto ha spinto il presidente Mattarella ad intervenire parlando di “ruolo decisivo” delle Regioni “nel fronteggiare la pandemia” ed auspicando “la più stretta collaborazione tra tutte le istituzioni dello Stato”.
Da parte sua, Giuseppe Conte, per rispondere alle critiche di decidere sempre da solo, lunedì scorso è andato in Parlamento per ottenere un voto dal quale partire per nuovi provvedimenti in materia di contrasto al Covid-19. Di fatto, questo rimpallo ci ha portati a martedì sera senza che il nuovo Dpcm abbia visto la luce e questo ritardo non fa certo bene al Paese.
Così Conte al Parlamento
“La curva dei contagi di sabato ha imposto un nuovo corpus delle misure restrittive da adottare anche prima di mercoledì. Riteniamo necessario assumere una decisione che contempli nuovi interventi restrittivi modulati sulla base del livello di rischio concretamente rilevato sul territorio. Sulla base dei criteri scientifici, oggettivi, sarà necessario introdurre un regime differenziato basato su diversi scenari regionali”.
Così il premier Giuseppe Conte ha riferito alla Camera sulla pandemia di coronavirus. “Il quadro epidemiologico nazionale ed europeo, ha continuato, appare particolarmente critico ed esiste un’alta probabilità che 15 regioni superino le soglie critiche nel prossimo mese. Il quadro potrebbe essere meno grave perché con gli effetti delle misure prese con l’ultimo dpcm possono essere constatati solo dopo il 14° giorno dall’adozione”.
“Il prossimo dpcm individuerà tre aree corrispondenti ad altrettanti scenari di rischio: l’inserimento di una regione all’interno di un’area – ha spiegato il premier – avverrà con un’ordinanza del ministro della Salute e dipenderà solo dal coefficiente di rischio quale certificato dall’Iss. È prevista la possibilità di entrare ed uscire da un’area all’altra”.
Tra annunci divieti di circolazione di sera con deroghe per motivi di lavoro, salute e necessità (quindi con la ricomparsa dei moduli di auto-certificazione), di mini-lockdown nazionali della durata di 15 giorni validi per tutti e di interventi condivisi più restrittivi sulla base appunto dei dati epidemiologici delle singole regioni, l’Ordine nazionale dei medici chiedeva un blocco generale, visto che il sistema sanitario, secondo i dati in suo possesso, sta entrando in sofferenza. Limitazioni alla circolazione tra Regioni, in particolare da e per quelle classificate a rischio alto o molto alto. In queste regioni didattica a distanza al 100% nelle scuole superiori e la capienza massima dei mezzi pubblici al 50% dei posti. Chiusura dei centri commerciali sabato e domenica, salvo farmacie e alimentari.
Le Regioni hanno insistito molto nel chiedere che i provvedimenti per contenere la pandemia vengano adottati a livello nazionale e soprattutto spingono sui soldi e sui tempi di accreditamento degli stessi per quelli che saranno colpiti dai nuovi provvedimenti.




