Domenica 30 novembre – Prima di Avvento
(Is 2,1-5 Rm 13,11-14a Mt 24,37-44)
Poiché gli uomini erano impreparati, il diluvio li spazzò via. La generazione del diluvio viene descritta quasi sistematicamente come estremamente depravata. Magari erano anche impegnati in azioni vitali, essenziali per la vita sociale, il problema è che erano assolutizzati, vivevano solo per quelle azioni e nella loro indifferenza essi avevano smarrito qualsiasi sensibilità. Neppure si accorsero della costruzione dell’arca, che non era un oggetto da passare inosservato.
È quel modo di vivere per le cose, vivere senza scopo o, meglio, senza oggettivi scopi, una vita che ci assorbe tanto da non avere più nessuna attenzione a quanto accade attorno a noi: ovviamente non è vivere è vivacchiare. In realtà il motivo della loro indifferenza è che non sanno il giorno in cui il Signore verrà.
Di fronte all’incertezza, alla precarietà che inevitabilmente la vita e la condizione umana offrono, l’uomo è sempre tentato di trovarsi una sicurezza, di costruirsi una sorta di fortezza dove rifugiarsi. È spesso una fuga dalla realtà, un rifiuto di affrontare ferite, delusioni, problemi diversi, concentrando tutta l’energia su quello che gli procura almeno qualche soddisfazione.
Molte cose nella vita possono avere il potere di impegnare tutta la nostra attenzione tanto da ignorare la vita eterna promessa dopo questa breve vita terrena. L’inizio del tempo dell’avvento fa presente la fragilità dell’uomo, l’illusione delle false conquiste ma anche il profondo bisogno di pienezza, di qualcosa che riempia e appaghi la sua sete.
Quello che ci offre la scena di questo mondo è una vita che invece di appagare crea sempre di più un vuoto, chiede sempre di più senza dare niente di consistente in cambio.
Vegliate dunque…
In questa apparente invincibile vortice che spazza via, come il diluvio, dal cuore dell’uomo, qualsiasi voglia della verità, il messaggio di Isaia, figlio di Amoz, è una promessa, una promessa di giorni migliori che si prospettano, e chiede al popolo: “Venite, saliamo sul monte del Signore…” chiede al popolo di mettersi in cammino.
L’atteggiamento giusto di fronte alla precarietà, alle molte domande esistenziali, è la vigilanza, perché la notte è avanzata. Dio ha già deciso di venirci incontro, ha visto la nostra fatica, dobbiamo semplicemente destarci, per accoglierlo quando passerà. Per questo San Paolo è concreto: lasciamo le opere della notte. Chi vive sotto la luce non può essere falso, con la luce riconosce la falsità dei beni e delle gioie del mondo (orge, lussurie e impurità, litigi e gelosie) che promettono consistenza che non possono dare. Vegliare è non addormentarsi ma soprattutto non farsi abbindolare, non permettere l’anestesia ma l’estasia di fronte al fascino di questo mondo che si apre all’eternità.
La vigilanza implica l’aspetto della prontezza alla sofferenza, una sofferenza che non solo è liberatrice, ma è vissuta con il Signore che ha deciso di camminare con noi. La prima domenica di avvento apre un percorso, un esercizio spirituale.
Dio stesso ha deciso di camminare con noi, ha visto quanto triboliamo, quanto soffriamo quando preferiamo spesso la bontà della creazione alla sua immensa bontà, e vuole accompagnarci sul sentiero che porta alla vera sorgente, all’acqua limpida non dalle cisterne screpolate. Vuole che godiamo pienamente e realmente della vita che ci ha dato. “Casa di Giacobbe, venite camminiamo nella luce del Signore”: è il titolo di questo esercizio spirituale che ci prepara ad accogliere l’amore che libera.
don Jules Ganlaky



