Di origini ebraiche, Hannah Anredt nasce nel 1906 ad Hannover in Germania. Cresciuta tra Königsberg, la città natale di Kant, e Berlino. Studia Filosofia, Teologia e Filologia. I suoi maestri sono i filosofi esistenzialisti Martin Heidegger e Karl Jaspers.
Alla presa del potere da parte di Hitler la Arendt si vide negata la possibilità di ottenere l’abilitazione all’insegnamento nelle università tedesche, per via delle leggi razziali naziste. Attivista contro il regime hitleriano, la sua casa berlinese divenne punto di transito per i rifugiati ebrei in fuga dalla Germania.
Nel 1937 viene arrestata e poi rilasciata ma capisce che è necessario andarsene e fugge in Francia dove purtroppo, dopo l’occupazione da parte dei nazisti, viene internata. Nel 1941 emigra clandestinamente negli Stati Uniti assieme al marito, il poeta e filosofo tedesco Heinrich Blücher, sposato in seconde nozze. A guerra terminata torna in Germania, ma nel 1950 ottiene la cittadinanza statunitense. Fin da prima della fine della guerra, a New York diventa un’attivista della comunità ebraica tedesca. La sua adesione al sionismo non contempla ideali nazionalisti: la sua idea di nazione è una entità federata condivisa tra palestinesi e ebrei ed è profondamente convinta della necessità di una pacifica convivenza tra le due etnie.
Tra il 1960 e il 1962 seguì, per conto del settimanale The Newyorker il processo ad Adolf Eichmann, il criminale nazista organizzatore dello sterminio degli ebrei d’Europa, arrestato in Argentina dagli agenti del Mossad.
Dalle udienze di quel processo nasce il celebre saggio La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, preceduto otto anni prima da Le origini del totalitarismo, scritto nel periodo in cui negli Stati Uniti insegna Teoria Politica e Scienze politiche, considerato un testo definitivo di teoria politica dei regimi totalitari specificamente riguardo allo stalinismo e il nazismo.
Muore il 4 dicembre 1975 in seguito a un attacco cardiaco.
Il suo lascito al mondo contemporaneo:
pensare per non cadere nella barbarie
Hannah Arendt (1906-1975) Foto da Wikipedia
Oggi noi definiamo “crimine contro l’Umanità” proprio questo che era stato perfettamente analizzato dalla filosofa e abbiamo costruito anche organismi sovranazionali per controllare e denunciare il ripetersi di simili atrocità. Il crimine contro l’Umanità allora perpetrato in base a pregiudizi etnici è oggi perpetrato in nome della supremazia del potere del denaro rispetto alle esigenze della nostra umanità.
Per la Arendt è fondamentale riflettere su questi argomenti per spiegare lo spaventoso ed assoluto cedimento morale a cui i nazisti diedero vita nella tranquilla società europea. E come la Arendt prende atto che questo non avvenne solo in Germania ma anche in tutti gli altri paesi di Europa, noi oggi constatiamo un generale cedimento morale che è mondiale, che riduce a nulla l’umano, devalorizzandolo permettendo il ripetersi di simili atrocità. Ecco che quindi, oggi come allora, avremmo bisogno di persone capaci di analizzare, spiegare e indicare una strada di uscita, comprendendo la causa del male che non equivale né a perdonare né a minimizzare lo stesso.
Se l’uomo contemporaneo che non cura il suo pensare non è più capace di formulare alcun giudizio morale, siamo di fronte ad un grande rischio: quello di ricadere nelle barbarie e nelle atrocità da cui ci si voleva preservare. Chi ha potere e lo fonda su questa incapacità si porta sulle spalle la responsabilità di trasformare tanti essere umani in esseri capaci di azioni riprovevoli su larga scala. Occorrerebbe invece educare a discernere il bene dal male, la bellezza del mondo dalle sue brutture, recuperando quella piena umanità di cui è immagine perfetta colui che i cristiani ritengono “Il Maestro”.
La Arendt ci lascia il suo testamento spirituale: pensare è l’antidoto al ripetersi di queste esperienze nel momento nel quale sopraggiunge la resa dei conti di fronte a noi stessi e di fronte a Dio.