Domenica 26 ottobre -XXX del Tempo Ordinario
(Sir 35,15-17.20-22a; 2Tm 4,6-8.16-18; Lc 18,9-14)
Due uomini salirono al tempio a pregare: uno tornò a casa giustificato, l’altro con un peccato in più. Come è possibile che nello stesso luogo uno si purifichi e l’altro si sporchi? La risposta non è nel luogo, ma nel modo in cui ci si entra.
Il pubblicano riconosce la misericordia di Dio e il proprio peccato; il fariseo non riconosce né l’una né l’altro. Sembra il modello della mentalità attuale secondo la quale ciascuno si giustifica incolpando l’educazione ricevuta o le circostanze, ma la circostanza non fa l’uomo ladro, semmai rivela che l’uomo è ladro.
1. Ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini. Di fronte a Dio non abbiamo nulla di cui vantarci, possiamo solo confessare i nostri peccati e confessare la sua misericordia, come fa Sant’Agostino nel libro autobiografico che ci chiama appunto “Confessioni”. Presunzione e disprezzo invece caratterizzano il modo di pregare e lo stile di vita di chi si ritiene giusto e guarda verso gli altri dall’alto in basso.
Il ritenersi eletti è la forza dei piccoli gruppi: il leader di turno convince le persone fragili che a lui si affidano di essere i soli salvati, i soli giusti costretti a vivere in un mondo di peccatori.
A costoro si può applicare il rimprovero dell’Apocalisse: “Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo” (Ap 3,17).
2. Abbi pietà di me peccatore. Di fronte alla preghiera di chi ringrazia il Signore perché si sente superiore agli altri uomini, c’è la preghiera di chi si ferma a distanza, non osa alzare gli occhi al cielo e si batte il petto.
Ebbene, costui esce dal tempio giustificato e la sua preghiera è esaudita, perché come ci è stato proclamato: “La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata”.
Suscitano sempre simpatia, anche se purtroppo non sono molte, le persone che ogni tanto fanno critica a se stessi anziché agli altri si chiedono: “Dove ho sbagliato?”. Le persone che ogni tanto si sentono in difetto sono quelle che sentiamo più vicine a noi perché con loro condividiamo i nostri limiti.
Inoltre chi è capace di riflettere sui propri errori dimostra di avere una marcia superiore: ha il profumo della sensibilità, dimostra intelligenza e suscita empatia.
3. Nessuno mi ha assistito, tutti mi hanno abbandonato. Insieme alla misericordia di Dio, abbiamo bisogno della comprensione e del sostegno dei fratelli, cosa che a San Paolo è mancata e di cui si lamenta.
È un lamento amaro, perché ha speso tutta la vita nel fondare nuove Chiese, ma è un lamento che lo fa maggiormente assomigliare a quel Gesù per il quale ha speso tutta la vita.
Anche Gesù, dopo il trionfo della domenica delle Palme, è stato abbandonato perfino dai suoi e deriso dagli avversari. Tale è la sorte degli eroi: finire in solitudine ed essere esaltati dopo la morte.
† Alberto



