Domenica 5 ottobre – XXVII del Tempo Ordinario
(Abc 1,2-3; 2,2-4; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10)
Il piccolo gruppo dei discepoli ha capito che la fede è un dono di grazia che non si conquista una volta per sempre: è un cammino in salita, una crescita altalenante. Consapevoli di ciò, discepoli chiedono a Gesù: “Accresci in noi la fede!”
1. Se aveste fede. La fede convive con l’incredulità perché non è il risultato di una dimostrazione matematica o di una prova scientifica. È costantemente messa in dubbio non dagli eventi meravigliosi o dalle grandi manifestazioni di entusiasmo, ma dalla banalità della vita quotidiana, quando non sentiamo più la presenza di Dio nella nostra vita.
Pertanto nel cammino della fede il nostro combattimento principale consiste nell’evangelizzare sempre daccapo quella parte di incredulità che ci portiamo dentro, perché l’uomo vecchio e l’uomo nuovo coesistono nella storia e in ogni persona. Tuttavia, nonostante le crisi ricorrenti, il popolo cristiano continua a vivere di fede, la quale non conosce la fine tombale prevista dall’arroganza del pensiero unico progressista, anzi è questo pensiero stesso che si trova in grande crisi.
2. Il giusto vivrà per la sua fede. Questa affermazione del profeta Abacuc ci trasporta su un piano superiore alla umana debolezza. La fede è ben altro che un sistema contrattuale di garanzie o di protezioni: si nutre dei sacramenti e dell’ascolto della Parola, e con questi due strumenti il fedele entra con piena fiducia in comunione con Dio.
Il vero discepolo del vangelo conosce la piccolezza apparente e la potenzialità grande della sua fede, la sua forza di trasformazione, la sua capacità di farsi obbedire anche dalle forze della natura.
3. Non vergognarti di dare testimonianza. San Paolo già in precedenza aveva scritto ai Romani: “Io non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco. In esso infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà” (Rm 1,16-17). Nel brano odierno invita Timoteo a dare una coraggiosa testimonianza di fede nel Signore e di rispetto verso la sua persona, perché si identifica con il vangelo che predica: Io non mi vergogno del vangelo, e tu non vergognarti di me che sono in carcere, perché “il dono di Dio è in te mediante l’imposizione delle mie mani”.
Anche noi seguendo l’esortazione di San Paolo proclamiamo con la testimonianza della vita e senza falsi pudori i valori spirituali e i principi fondamentali dell’ordine sociale, adempiendo a quanto ci viene chiesto e senza la pretesa di essere onnipotenti e onnipresenti: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
Bisogna sempre limitare al massimo il danno che possiamo fare alla santa Chiesa: dopo aver fatto il nostro dovere perché “il Signore ne ha bisogno” (Mc 11,3), se ci ritiriamo in buon ordine, vedremo che le cose continuano anche senza di noi e forse meglio.
† Alberto



