Aldo Capitini: l’ansia di libertà del “Gandhi italiano”

Filosofo, pedagogo, poeta, politico ed intellettuale tra i più liberi, rigorosi, profondi ed innovativi del XX secolo, fu l’ideatore della Marcia della Pace Perugia – Assisi

Aldo Capitini (1899 – 1968) – Foto da Wikipedia

Chi era costui? Simile a questa era la domanda che, nell’ottavo capitolo de “I Promessi Sposi”, il povero, pavido don Abbondio si poneva a riguardo di Carneade di Cirene, autorevole filosofo greco (214-129 a.C.), fondatore della Terza Accademia: ebbene, nonostante ciò, il prevosto non lo conosceva, ahimè, ma la cosa non lo turbava più di tanto…
La stessa cosa si ripete per Aldo Capitini, di Perugia, filosofo, pedagogo, poeta, politico ed intellettuale tra i più liberi, rigorosi, profondi ed innovativi del XX secolo, fondatore del “Movimento Nonviolento” in Italia: la sensazione, infatti, è che egli sia ancora oggi poco conosciuto dalla maggioranza delle persone e soprattutto dagli educatori ed insegnanti di ogni ordine e grado (un po’ come era accaduto a don Lorenzo Milani, fino a non molti anni fa…).

“La nonviolenza […] è inquietudine continua,
passione mai saziata di interesse per le individualità”

Aldo Capitini alla “Prima Marcia per la Pace e la Fratellanza tra i Popoli” da Perugia ad Assisi, il 24 settembre 1961 (foto da https://www.perugiassisi.org/)

Aldo Capitini nasce a Perugia il 23 dicembre1899, figlio di una sarta e del campanaro comunale della torre dell’orologio, mansione questa a cui si dedicherà tante volte anche Aldo stesso. Dopo gli studi tecnici, si appassiona alle materie umanistiche (letteratura e filosofia), affrontandole come autodidatta e con evidente profitto, tant’è che nel 1924 vince una borsa di studio alla “Normale” di Pisa.
Fondatore nel 1937 del movimento liberal-socialista, fervido ed instancabile promotore di incontri e di iniziative con pensatori del suo tempo (Norberto Bobbio, Pietro Ingrao), Capitini è soprattutto un antifascista autentico ed irremovibile: il suo è un antifascismo profondo, etico, “naturale”. Paga questa sua scelta, venendo licenziato nel 1930 dal posto di segretario alla Normale dal ministro Gentile; conoscerà due volte anche il carcere, nel 1942 (quattro mesi) e nel ‘43 (due mesi).
La sua ansia di libertà, di liberazione dell’uomo dai diversi gioghi dei diversi “poteri”, lo porta a condannare i Patti Lateranensi, da lui definiti “merce di scambio”, per ottenere dalla Chiesa un atteggiamento più tollerante verso il fascismo. Siamo ancora in piena guerra (1944), la democrazia è ancora di là da venire, ma lui non si “accontenta”, e pensa già a qualcosa di diverso, che definisce “omnicrazia” (il potere di tutti) : Fonda il primo “Centro di Orientamento Sociale” (COS), luogo di partecipazione collettiva, “spazio non violento, ragionante, non menzognero”, dove si possano incontrare amministratori ed amministrati per la gestione delle risorse pubbliche finalizzata al miglior bene comune.
È anche strenuo difensore della scuola pubblica, a tal punto da fondare assieme ad altri, nel 1959, l’ADESSPI (Associazione di Difesa E Sviluppo della Scuola Pubblica in Italia). Un altro degli aspetti più salienti (e del tutto particolari) della sua persona e della sua opera, è l’attenzione che dedica alla “questione religiosa”; i suoi studi, le sue riflessioni, i suoi approfondimenti, oltre agli scritti, lo portano a fondare, dopo i COS, i “Centri di Orientamento Religioso” (COR) uno spazio aperto in cui può trovare libera e fraterna espressione la “religiosità” e la fede di tutte le persone i movimenti ed i gruppi, che non avevano altro modo di comunicare e di essere considerati nella Chiesa preconciliare.
Aldo Capitini “non ama” le istituzioni, laiche o religiose che siano, troppo spesso deludenti e tradenti gli ideali per cui sono nate: “ama” le persone, la gente comune, il vicino di casa, il compagno di strada; soprattutto, scrive e lotta – con mitezza, ma con fermezza e costanza – perché tra le persone si instaurino relazioni fraterne, amicali, compassionevoli, non avvelenate da cupidigia, rancore, sopraffazione, egoismo.
È questo per lui il senso vero della “Pace” (e dovrebbe esserlo per tutti…): non solo e non tanto “assenza di guerra”, ma esistenza di una condivisione di vita in armonia e fratellanza, magari anche in “conflitto” sì, ma rispettoso non violento.
Per la verità, si spinge a chiedere che questo stile di vita si estenda anche nei confronti degli esseri viventi “non umani”, in primis gli animali: ed è per questo che lui sceglie di essere vegetariano diventando anche lo “scandalo” della mensa della Normale di Pisa.
Convinto quantomai di continuare in questo cammino (nonviolenza e vegetarianesimo) da lui intrapreso non ancora trentenne (in contemporanea con il suo approccio all’esperienza di Gandhi), e fiducioso soprattutto di poter far convergere più persone su questi temi mai “esplorati”, Aldo Capitini – definito appunto da più parti il Gandhi italiano -, dopo aver scritto nel 1949 “Italia Nonviolenta”, nel 1951 (gennaio e settembre) organizza a Perugia due incontri: “Convegno Internazionale per la Nonviolenza” e poi “La Nonviolenza riguardo il mondo animale vegetale”.
Le scelte esistenziali di Aldo Capitini (la religiosità, il vegetarianesimo, la nonviolenza, la pace, la fratellanza) non potevano non portarlo a sentire come ineludibile la necessità di creare strumenti di formazione, “coerenti con i fini”, per le giovani generazioni; e così nello stesso 1951 esce il suo primo libro “L’atto di educare”: una pedagogia basata sulla tensione da trasmettere ai giovani per capire e rifiutare l’insufficienza della realtà in cui nasciamo e viviamo; una pedagogia di ribellione, quindi, e di lotta per quei valori che dovranno liberare la realtà dalla violenza e dall’oppressione che la trasformeranno nella “realtà di tutti”. Dieci anni dopo, il 24 settembre 1961, sarà il promotore della “Prima Marcia per la Pace e la Fratellanza tra i Popoli” (la marcia – dice – perché è un “accomunamento dal basso”), alla quale seguirà la fondazione del “Movimento Nonviolento per la Pace” che ancora esiste oggi ed ha sede a Verona.
Gli anni ‘60, che si erano aperti con questa memorabile Marcia, hanno poi visto Capitini proseguire nel suo discorso teorico e pratico sulla necessità di costruire “il massimo di socialismo insieme al massimo di libertà”, utilizzando naturalmente le “tecniche della nonviolenza”; inoltre ecco la pubblicazione di ben altri quattro libri, prima della sua morte, avvenuta il 19 ottobre 1968 a Perugia.
“La nonviolenza – scriveva – non è cosa negativa, come parrebbe dal nome, ma è attenzione e affetto per ogni singolo essere proprio nel suo esser lui e non un altro, per la sua esistenza, libertà, sviluppo. La nonviolenza non può accettare la realtà come si realizza ora, attraverso potenza e violenza e distruzione dei singoli, e perciò non è per la conservazione, ma per la trasformazione; ed è attivissima, interviene in mille modi, facendo come le bestie piccole che si moltiplicano in tanti e tanti figli. Nella società la nonviolenza suscita solidarietà viva e dal basso. Anche verso gli esseri non umani la nonviolenza ha un grande valore, appunto come ampliamento di amore e di collaborazione.”
E ancora: “Non sono lontano dal pensare che gli uomini arriveranno veramente a non uccidersi tra di loro, quando arriveranno a non uccidere più gli animali”.

Gino Paolini